giovedì 23 dicembre 2010

Daily Shot

Natale è tempo di spiritualità e trascendenza.
E il caro ministro Brunetta non ha voluto essere da meno. Oggi ha affermato l'esistenza di uno strano potere che si sta muovendo, il F.O.D.R.I.A.
E' lo stesso titolare del dicatero a scioglere l'acronimo: "Forze Oscure Della Reazione In Agguato".
Speriamo che il 2011 arrivi presto.

martedì 14 dicembre 2010

Quando c'è la fiducia c'è tutto. Ovviamente.


Certe cose bisogna vederle con i propri occhi. E così oggi ho fatto due passi in centro.
E insieme a un po’ di fuoco, qualche vetro, due spintoni e tanta tanta gente, mi porto a casa molti dubbi e qualche certezza. E il servizio per la radio. Però vorrei fare alcune precisazioni, in ordine crescente di importanza.

Agli studenti della riforma Gelmini dell’Università non gliene frega niente. Non sanno cosa sia né se ne preoccupano. Il nemico prestabilito è il ministro dell’istruzione di questo governo, e il capo dello stesso. Non è credibile che gli alunni di ginnasi, licei e superiori varie, scendano in piazza per difendere rivendicazioni che sono di ricercatori, professori e baroni universitari vari. Scendono in piazza per protestare. Punto. Contro cosa non importa. Protestano, perché giovani, perché incazzati, perché studenti. Occhio e croce, in molti non avevano mai visto Roma, e qualcuno in più non era mai stato ad una manifestazione.

E si vedeva. In piazza non erano soli. C’erano anche sindacati, bandiere nero-verdi dell’Aquila, giovani comunisti, vecchi comunisti. I cortei avevano anche dei cordoni e dei servizi d’ordine. Ma non siamo più negli anni 60 e 70, dove un partito o un sindacato organizzavano una manifestazione e poi avevano la capacità di gestirla. Dopo le 13 dei servizi d’ordine non ce ne era più nemmeno l’ombra. Sul lungotevere, poco prima che si dessero alle fiamme due auto di grossa cilindrata, ho incrociato 5 cinquantenni con le bandiere di Rifondazione, paciosi come se uscissero da una Festa dell’Unità e molti studenti medi spaesati come nel paese delle meraviglie. A fare i cordoni rimaneva qualche gruppetto di universitari che in quanto a esperienza di piazza dovrebbero prendere qualche lezione, e se non si fidano di un prezzo di fiducia possono sempre farselo raccontare da genitori, gli stessi che gli pagano gli studi universitari. L’episodio più colorito è stato però ad appannaggio della delegazione dei Verdi. Li ho visti su Corso Vittorio, poco dopo l’annuncio della fiducia ottenuta dal governo Berlusconi alla Camera e le prime vetrine di banche spaccate. Li ho visti con le loro bandiere verde speranza svoltare in un vicolo. Magari hanno fatto un gesto politico, dico io: “Ci sono gli scontri, noi, I Verdi, ce ne andiamo”. Coerente diremmo noi. Ma poi li ho visti rientrare nel corteo cento metri più avanti, con un bel panino verde in una mano e lo stendardo, sempre verde, nell’altra.  

Oggi avrò visto centinaia e centinaia di ragazzi con i caschi e le bandane. Ho intravisto decine di mani che infilavano bulloni nelle felpe. Un ragazza piuttosto esile e mingherlina al mio fianco a piazzale Flaminio ha provato a divellere qualche sampietrino. Aveva una faccia angelica e nemmeno vent’anni.
Dieci anni fa a Genova, nel fuggi fuggi generale, mi ritrovai a cercare qualcosa con cui difendermi. Nemmeno cento metri e un vecchio e panzuto omaccione mi ferma, e senza troppi giri di parole, mi manda via, senza più niente fra le mani.
Oggi un ragazzo che di universitario non aveva davvero nulla se non la certezza di diventarlo nel giro di qualche mese, ha percorso tutto il tratto da piazzale Flaminio fino a via Veneto con un innocente tubo in mano e il casco in testa. Della serie, glielo spiego io che ora è meglio se lo butta quel ferruginoso arnese, che oltre a fare fatica a portarlo, a sporcarsi le mani, rischia pure che se lo vedono lo usano per un nuovo esperimento stile dottor Mengele.
Un ragazza è riuscita a percorrere da un lato all’altro Piazza del Popolo con un sasso in mano nemmeno fosse stata un teodoforo. O fungeva da rifornimento di armi o lo avrebbe potuto tirare per schiacciare il topo che gli sarebbe passato a non più di 50 centimetri dai piedi. Oltre non sarebbe mai potuta andare, a meno che non avesse avuto un argano montabile pronto uso nello zaino

Non c’era nulla di organizzato. C’erano centinaia di individui, che, individualmente, hanno scelto la forma violenta di protesta. E non parliamo di Black Block, perché negozi, benzinai, macchine di grossa cilindrata, capitalistiche smart, e altri consueti obiettivi ne sono stati incrociati diversi lungo il percorso. Io li ho visti quelli che dovrebbero essere, nel lessico comune, i Black Block. E oggi non c’erano.
Organizzati saranno stati quella trentina di ragazzi che al grido di duce duce, aggredivano senza criterio qualunque cosa gli si apprestasse vicino all’altezza di ponte duca d’Aosta, e che si sono riforniti di mazze e bastoni da un furgoncino all’altezza di Piazza Navona. Gli stessi visti da Curzio Maltese e dagli inviati di Radio Popolare, oltre che, naturalemente, dai ragazzi che ne hanno subito le percosse, se ne hanno avuto l’occasione, di vederli; sul fatto che li abbiano sentiti non c’è dubbio.

Dell’organizzazione delle forze dell’ordine vogliamo parlarne? 45 minuti per liberare Piazza del Popolo e altrettanti per uscirne, entrando a Piazzale Flaminio, sono dei tempi biblici. In situazioni da guerriglia urbana sono sufficienti a prendere possesso di un intero quartiere. Qualcuno dirà che è la strategia suggerita dal fantasma del picconatore: lasciar sfogare le manifestazioni violente per poi reprimerle ancor più duramente. Io credo invece che in questura non si aspettassero centinaia e centinaia di giovani pronti e determinati ad affrontare quella situazione. Voi ve lo aspettavate? Questo perché non ci sono stati gruppi, assemblee o movimenti organizzati.

Io ho visto centinaia di giovani esasperati, sorretti da altre migliaia alle loro spalle, che, in totale autonomia, hanno deciso di essere pronti a tutto, anche allo scontro, Ho visto una moltitudine determinata occupare Piazza del Popolo incurante del fitto lancio di lacrimogeni. Ho visto un fronte unito di persone, da un lato all’altro della piazza, unite ad affrontare i tafferugli. Ho visto che i manifestanti non si sono dispersi alla prima carica. Ho visto che il corteo non si è dissolto al primo lacrimogeno.

Qui è in gioco la fiducia, ma non è quella del governo. Ovviamente. Quella non l’ho vista. Ovviamente. Era dentro Montecitorio. Ovviamente.

venerdì 3 dicembre 2010

dei delitti e dei peni

Per ciascuna delle 25 iraniane in attesa di brutale lapidazione, vi sono centinaia di migliaia di donne nell’Africa subsahariana condannate alla sieropositività da scandalose riserve della Chiesa Cattolica in materia di profilassi sessuale. Mi convincerete della superiorità della cultura occidentale il giorno in cui in Campidoglio, accanto alla gigantografia di Sakineh, piazzerete la foto di una di quelle fighette di colore da National Geographic che con la sua tetta avvizzita sfama un bambino grazie alla carica del latte materno e l’energia dell’HIV.
E prendetevi pure cura di Shalit, di Priebke, di Abu Omar, dei detenuti di Guantanamo e di tutti coloro che nelle campagne mediatiche diventano strumenti di pressione in politica estera. Prendetevi pure cura dei diritti di chi non è ancora nato. Di chi non esiste, perchè chi esiste senza essere al servizio strumenale di qualcuno diventa solo un numero da dimenticatoio.
Nelle carceri italiane ogni giorno si supera il record decessi. 116 morti nel 2010 - (aggiornato al 22 ottobre). Pensavo che l’Italia ripudiasse la pena di morte, in qualunque forma, non solo in quella della lapidazione. Davvero una strategia impeccabile per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri.
Che poi la dolce Sakineh non ha solamente tradito il marito. Ha aiutato l’amante ad ammazzarlo. Cosa pensa di Sakineh il popolo di americani e americanofili che ha guardato il pubblico istituzionalizzato giustiziare Teresa Lewis nello stato della Virginia il 23 settembre scorso per aver pianificato l’assassinio del proprio marito?
Non mi sembra che Amnesty International abbia condannato questa esecuzione capitale. E voi avete sentito qualcosa? O piuttosto, non avete sentito troppe e troppe volte le più svariate organizzazioni internazonali sproloquiare sul rispetto dei diritti umani? Sugli accordi raggiunti? Sui pactum de contrahendo?
Un'ipocrisia da delitto. E un'ipocrisia da pene.

venerdì 19 novembre 2010

Daily Shot

BREAKING NEWS.
Il ministro per le pari opportunità annuncia le dimissioni dal governo.
Bocchino: "La Carfagna non è argomento che ci riguarda". Il contrario sarebbe stato impossibile.

mercoledì 17 novembre 2010

TEATRO: “Impossibili” - ASTRI EMERGENTI NELLE NOTTI DI SAN LORENZO

In scena una “affabulazione tragicomica per un coro di attori che cantano”
Impossibile che sotto la sopraelevata della tangenziale si segua una stella. Impossibile trovare un posto senza prenotazione. Impossibile allora non raccontarvi lo spettacolo dei Fòóls, giovane e promettente compagnia teatrale che gestisce la Sala Pintor, e ogni tanto, per nostra fortuna, ci si esibisce. “Impossibili” è il titolo della loro esibizione. Eccezionalmente pervasiva. Impossibilmente affascinante.



In via dello scalo di San Lorenzo  questi sei ragazzi (Valeria Berdini, Giulia Nervi, Luigi Orfeo, Stefano Sartore, Martina Spalvieri e Jessica Ugatti) hanno costruito e gestiscono quotidianamente uno spazio per loro e per altri artisti che vogliono esibirsi, e che, su richiesta, affittano. Ma di questo passo, i giovani attori, non dovranno concedere ancora a lungo in locazione la Sala Pintor per conferenze; molto presto l’ambiente sempre pieno dove in questi giorni si sono esibiti, non potrà più contenerli. “Impossibili” è uno spettacolo scritto da Rosa Masciopinto e Giovanna Mori, alias Opera Comique, nel 1995, dopo la prima delle vittorie elettorali di Berlusconi. Da allora, alcune cose sono cambiate, e altre meno.
Così, in alcuni fine settimana, da questo gennaio, i Fòóls ne re-interpretano, sotto la regia della sola Masciopinto, la sostanza, composta da sarcastici encomi patriottici e autoreferenziali riflessioni sulla solitudine. Una trama, stocastica all’apparenza, ma flebilmente e molto argutamente solcata da un unico filo conduttore. Dall’evasione dalla filosofia del gregge, anche elevandosi al di sopra degli “archetipi” (rappresentati da maschere di scena, come mi spiega Luigi Orfeo..) è “impossibile” raggiungere la propria stella.
L’irriverente sceneggiatura colpisce e affonda patria e religione. Una volta che ce ne si è emancipati, però, questi due bastioni del cosiddetto “Uomo Moderno” generano la solitudine che con tante similitudini gli attori ottimamente irridono; nella consapevolezza della sua essenza inguaribile. Da qui, nessuna pietà per le degenerazioni: la ricerca dell’amore eterno attraverso annunci gratuiti su PortaPortese, la vita virtuale scandita da onomatopee digitali, gli avatar e social network. Non si risparmia nessuno: fra tagliente sarcasmo irresistibile al riso e filantropia massimalista. Scorre talmente fluida la rappresentazione di “Impossibili”che nessuno osa chiedersi le ragioni più radicate e le più profonde motivazioni di questo socialmente e imperituro culto degli idoli, diffuso in ogni strato della società. Ma non importa, perché ci si diverte davvero tanto.
Un coro di attori che cantano, recita l’occhiello della locandina. E cantano davvero, i Fòóls, fra cori da stadio, rap, musiche da discoteca, preghiere e madrigali: la miscela? Talento, Ironia, Consapevolezza e tanto Lavoro per questi acrobati del corpo e della parola.
L’aiuto del Maestro di coro, Lee Colbert, musicista e vocalist argentina, collaboratrice della Stage Orchestra di Moni Ovaia, ha lasciato l’impronta. Ma i 6 ragazzi non danno il tempo di rilassarsi alle note, che continuano ad incalzare senza soluzione di continuità, per poco meno di 90 minuti, fra improvvisazione, commedia, recital e sarcasmo. Un musical polifonico, che “un ammmmerrecano se lo sogna”, direbbe chi sui luoghi comuni italiani ha scritto la storia del teatro. Una combinazione di taglienti destrutturazioni, di consequenzialità logiche, di ricorrenti anacronismi, doviziose onomatopee.  I rituali, le credenze e le abitudini del personaggio italiano medio, raccontanti dall’Opera Comique attraverso il surrealismo e l’alienazione, conducono, dopo lo smarrimento dei tradizionale feticci e delle ricorrenti certezze (Madonna che piange sangue, la Nazionale che vince il mondiale ecc ecc.) Lei.. Lei chi? Lui!!! Ma Lui chi?? Io!! E Io?? Pure!!.. Trascinano Lei, Lui e, quindi, tutti noi, ad inseguire una stella, che è così lontana, che forse non c’è. Impossibile?? Forse…

Prossime repliche il 10 e 11 dicembre
Impossibili - Sala Pintor - via dello Scalo di San Lorenzo, 67
Tel. 06. 45448035/339.7391981 - ifools@yahoo.it - salapintor.altervista.org

martedì 16 novembre 2010

Daily Shot


Brescia. Gli immigrati dalla cima delle gru su cui sono saliti lanciano cemento e urina sulle forze dell’ordine. Il paradiso non è mai stato così vicino.

Victoria Cabello: "Scusi, ma per lei cos'è un atto impuro?" Carlo Giovanardi: "Atti impuri per me sono solo i rapporti con gli animali. Tutto il resto è puro". Esultano i chierichetti.

Rocco Siffredi: “Il premier è malato di sesso, ma io posso aiutarlo! Lo capisco, anche se a livello di perversione mi ha superato”. Chissà che anche qui non spadroneggi la legge della elle. Superare per superare..

La Ferrari perde il mondiale per un errore di strategia. Maroni: “Montezemolo si dimetta”. Lo stratega serve a sinistra.

venerdì 12 novembre 2010

L'IMPORTANZA DELL'INTELLIGENZA

 vi riporto questo link, così per gradire..

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/5690-con-la-quinta-di-seno-donne-piu-intelligenti

Con la quinta di seno donne più intelligenti  Se il seno è prosperoso anche l`intelligenza abbonda. L`insolita relazione tra misure del decoltè e quoziente intellettivo (QI) è stata individuata da uno studio condotto da ricercatrici dell`Università di Chicago su 1.200 donne. L`indagine voleva sfatare indagini precedenti basati sulla correlazione tra forme abbondanti e minor sviluppo cerebrale. La comparazione tra taglia della coppa e "volontarie" condotta dalle ricercatrici Usa ha invece dato un risultato nettamente contrario. I cinque gruppi di donne, divise dalla prima alla quinta, hanno mostrato che il quoziente intellettivo cresceva di pari passo con la misura del seno. Forse, argomentano le studiose, per una maggiore funzionalità degli ormoni femminili.
di redazione (20/11/2009)

lunedì 8 novembre 2010

Nuovi Trend


Sono perfettamente conscio che  – in uno scenario socioculturale in cui le contaminazioni mediatiche stanno disgregando le più solide basi delle relazioni semantiche – credere in una pacifica e univoca corrispondenza tra significanti e significati sarebbe una infantile ingenuità, ma vedi, amore mio, ciò non cambia il fatto che ti avevo chiesto un cazzo di vodka lemon.[cit]

mercoledì 3 novembre 2010

Diritto di informare chi?

L'autoreferenzialità dell'informazione

Santoro manda a “vaffambicchiere” il direttore generale della Rai, Mauro Masi, che prova a sospenderlo, ne fa involontariamente un’icona e, probabilmente senza saperlo, aumenta l’audience di Annozero.
Viene intercettata una telefonata fra il  vicedirettore de “Il Giornale” Nicola Porro e Rinaldo Arpisella, portavoce del presidente della Confindustria. La sede del quotidiano di via Nigri viene perquisita dalle forze dell’ordine sotto la direzione di un indagine condotta del noto pubblico ministero Henry John Woodcock con l’accusa di violenza provata.
Un giornalista di Panorama registra le sue conversazioni con lo stesso Rinaldo Arpisella, il quale minaccia minaccia, senza poi ottenere causare nessun effetto, salvo, a distanza di mesi, la rimozione dall’incarico di portavoce della Marcegaglia.
Fabio Fazio presenta un nuovo format televisivo insieme a Roberto Saviano, che viene rimandato al mittente da Mauro Masi con la motivazione dei costi eccessivi. In mezzo ci finisce anche Benigni. E Saviano viene automaticamente arruolato nella schiera degli anti-berlusconiani.
Luca Telese de “Il Fatto quotidiano”, in diretta a Radio24, da della “cretina” a Emma Marcegaglia e viene sospeso dalla partecipazione al programma “La Zanzara” di Giuseppe Cruciani. Telese scrive un articolo sul suo quotidiano dal titolo “Riotta chiama e la Zanzara mi censura”. Il direttore della Radio di Confindustria gli risponde con una lettera aperta e Filippo Facci lo accusa di fare la vittima e insieme rinvangano vecchie querele nate dalla discussione sui capelli con mesches o meno nei biondissimi capelli del giornalista di “Libero”.
Il direttore dello stesso quotidiano Maurizio Belpietro innesca con Marco Travaglio una lunga e complicata discussione sulla tiratura dei rispettivi giornali e se e quanti rimborsi pubblici percepiscono.
Sallusti, direttore responsabile de “Il Giornale” litiga con il direttore de “L’Unità” Concita De Gregorio sul numero di copie vendute.
Questo solo per ricordare gli ultimi episodi che hanno visto giornalisti scontrarsi con giornalisti. Un mondo dell’informazione che parla di se stesso, dove i protagonisti litigano fra di loro accusandosi di faziosità, partigianeria, ricordando episodi biografici di lustri passati, e spendendo torrenti di inchiostro in ridanciane invettive reciproche. Dal teatrino della politica siamo passati al teatrino dell’informazione. Informazione che non informa più. Raccontare fatti, narrare storie, diffondere vicende, sembrano ormai prerogative rimaste a pochi. Sarà che con l’avvento delle comunicazione on-line, dei blog, dei bloggers e dei loro utenti, ormai ci ritroviamo a confrontarci con canali diretti di comunicazione, dove spesso i commenti dei visitatori dei siti internet sono più realisti del re. I fan di Marco Travaglio che accusano Maurizio Belpietro con insulti e invettive, e gli utenti del sito di “Libero” che ricoprono l’editorialista de “Il Fatto Quotidiano” di ogni tipo di poco elegante appellativo.
Se vogliamo, sono gli effetti delle scelte politiche e comunicative degli ultimi 15 anni. Da una parte Silvio Berlusconi ha spesso affrontato in campo aperto e con tutti i suoi mezzi a disposizione l’avversario di turno, politico, mediatico, istituzionale; dall’altra parte i suoi oppositori hanno creato un redditizio mestiere dall’arte di opporsi a lui, istituendo di fatto una corrente politica originale e particolare: l’antierlusconismo. Interi quotidiani, intere redazioni passano l’intera giornata lavorativa (e non solo) ad opporsi, criticare, indagare, sproloquiare sulle vicende personali dell’attuale premier. La verità è che mentre siamo in piena crisi economica, si parla esclusivamente della correttezza etica o meno dello scudo fiscale; mentre ci sono procedimenti in corso sulle vicende Cucchi, Aldovrandi, Sandri e molti altri si parla solo del Lodo Alfano; mentre ci sono milioni di precari e lavoratori a progetto, si parla solo dello scontro pre-manifestazione tra Maroni e la Fiom; mentre il sud sprofonda continuiamo a fare delle dirette speciali da Avetrana; mentre in Germania la Merkel capovolge l’approccio tedesco all’immigrazione e in Gran Bretagna si tagliano 500mila posti di lavoro nel pubblico impiego noi continuiamo a discutere se Annozero debba o meno andare in onda.
Santoro parla di Santoro, i giornali parlano di tv, la tv parla di giornali, i giornalisti si intervistano tra di loro, si querelano, si accusano l'un l'altro di non essere giornalisti: chissà se in mezzo a tutto questo riusciremo a organizzare anche una bella puntata televisiva su che cosa sia rimasto di questa professione, sulla differenza tra informazione e intrattenimento, su che cosa sia una notizia nell’anno di grazia 2010. Perché i giornalisti camminano mano nella mano con la politica, magari ne sono usciti da qualche anno o magari ci entreranno fra qualche mese. La politica è il fratello maggiore del giornalismo e la cronaca il suo giochino preferito: le tre esse dell’intrattenimento (sesso, soldi, sangue) sono delle pilloline da elargire ad un moltitudine dei idealizzati consumatori beoti. Il problema non solo esiste, ma è il più importante che ormai riguardi l'informazione: i nostri telegiornali, che dovrebbero attenersi solo a fatti di pubblico interesse, stanno lasciando che a stabilire i confini di questo interesse sia appunto soltanto il pubblico, o meglio la percezione che ne hanno boriosi giornalisti e direttori editoriali. I notiziari in senso stretto cedono perciò il passo al cosiddetto infotainment e al netto delle idiozie gossipare e degli omicidi seriali (un omicidio in teoria dovrebbe valere l'altro) a giustificare una notizia è sempre più la presenza di un'immagine, di un video, di un particolare che suggestioni anziché informare. Il Tg1, l'altro giorno, ha dato la prima notizia di esteri dopo venti minuti: davvero non era accaduto niente di così importante, quel giorno, nell'intero mondo? Il problema è che ogni barriera tra «importante» e «interessante» è caduta e ogni ciarpame e ogni gossip rosa viene santificato nelle più alte sfere. Medici Senza Frontiere, dopo l'estate 2008, presentò un rapporto sulla presenza o assenza di certe notizie sui media nazionali. Risultato: un mese di colera nello Zimbawe, con la fuga di centinaia di migliaia di persone sottoposte a ogni violenza, aveva meritato 12 citazioni nei telegiornali Rai e Mediaset, mentre l'estate di Briatore ne aveva ottenute 33; un anno di guerra e siccità in Etiopia aveva meritato 6 citazioni mentre Carla Bruni ne aveva ottenute 208. Questo senza tener conto che lo sport e le previsioni del tempo hanno ancora più citazioni, com'è ovvio. La tanto rivendicata libertà di stampa, il diritto ad essere informati, non sembra diventare solo un strumento qualunquista di rivendicazione a volte politica, a volte di categoria?

venerdì 29 ottobre 2010

Daily Shot

Libero di Maurizio Belpietro. Ecco alcuni titoli.
Pagina 1. Nove colonne: "Trappolone per il Cav. Ci risiamo con la gnocca".
Quanto fossero bravi lo sapevo. Fantasiosi, ricercati, immediati in ogni titolo. Ma stavolta mi hanno stupito.

Pagina 1 cronaca di Roma: "La first lady d'accordo con il Prefetto: il Cie deve essere chiuso, è peggio di un carcere".
lo sapete chi è la "first lady"??
Membro dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio.. dai dai dai




mercoledì 27 ottobre 2010

Daily Shot

Marchionne è un metalmeccanico colto perchè conosce i proverbi degli Zulu. [CIT.]

domenica 24 ottobre 2010

Eterogenesi dei fini. Ringraziamo il modernissimo cinema intellettuale italiano per averci dato Corrado Guzzanti.

Pensava di meta-narrare una non narrazione. O voleva semplicemente essere originale, Carlo Mazzacurati. Anche io volevo essere un blog originale-radical-chic. E infatti

E infatti cosa? Cazzo dai scherzavo. Vi sembro originale??

“La Passione” è un film diviso fra una trama che racconta se stessa, imitazione del meta cinema di Effetto Notte, e l’intimismo del protagonista, impersonato dal “maestro” Silvio Orlando in una caricatura di un regista senza più ispirazione.
A parte qualche dolceamara risata di comicità clowneggiante, la pellicola è il gioco delle contrapposizioni: fra il passato glorioso di un giovante regista e il suo attuale funerale artistico; fra un produttore avido e spietato nella sue residenze romane e un aiutoregista occasionale, ex-galeotto, buono e ciccione; fra una giovane primadonna delle fiction televisive e una migrante polacca bellezza acqua e sapone che si è trasferita in provincia a fare la barista e a litigare col fidanzato; fra le produzioni cinematografiche intellettual-commerciali di Cinecittà e l’habitat di un paesino toscano dove si svolge la recita paesana della via Crucis.
Un inno a ciò che è puro e semplice, un elogio della bellezza nelle piccole cose, poetica della vita e dei suoi sentimenti. Un paradiso insomma, ma molto triste, perché come in ogni paradiso che si rispetti, non c’è nulla di inatteso, nulla di sorprendente, nulla di desiderabile. E così è questo film prodotto dalla Fandango, senza desideri particolari. Una pellicola che si sviluppa così come si deve sviluppare. E finisce nel solito modo in cui finiscono tutti i film italiani di questo genere (Ovosodo, Mio fratello è figlio unico, ecc.. ecc.. gli altri citateli voi che tanto li avete visti....): ricordandoci che anche nella sconfitta c’è la bellezza.
Un noia insomma, a meno che non siate registi falliti, scrittori complessati dal foglio bianco o intellettuali sinistroidi di varia natura.
Per fortuna c’è Corrado Guzzanti a interpretare il designato Gesù Cristo della pasqua del villaggio. L’unico personaggio divertente però finisce schiacciato dall’incriminata santissima Croce INRI di 40 chili, ed esce di scena con la frase “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile.” Il mercante in fierà della banalità. Purtroppo per il film, e gli spettatori, uscito di scena Corrado Guzzanti, c'è solo ovvio, usato e banale intimismo. 
Scontata la trama, scontata la narrazione, scontati i personaggi: il discount a saldo dell’intellettualismo.
Potevano fare qualcosa, e invece non l’hanno fatta. Poteva succedere, ma non è successo, e francamente a un certo punto non se lo aspettava più nessuno. Un po’ la parodia della sinistra italiana.
Anche qui sono i comici a tirare avanti il baracchino, perché gli altri non fanno né ridere né piangere. Io mi sono stufato di questo sottile sentimentalismo. Di questi leit motiv con il regista fallito che conclude la sua carriera dirigendo la via Crucis del paesino di vattelapesca, dove ovviamente si innamora della dolce e giovane e buona e pura barista polacca.
Una critica per nulla velata al jet set televisivo, al mondo delle produzioni delle fiction, alla cultura e al cinema ormai diventati strumenti ad uso e consumo di avidi produttori mascherati da avvoltoi. L’elegia del ritorno alle origini, del rifiuto del berlusconismo e dello yuppismo.
Perché questa società è migliore di chi la governa. Il più istituzionale dei Radical chic, ma non solo.
Il film è prodotto da Fandango, con la collaborazione, guarda caso di Rai Cinema (non Rai Fiction mi raccomando..) e con il patrocinio della Direzione Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali: dunque con il placet del vostro poeta preferito Sandro Bondi.
Al quale chiederei le dimissioni per il solo fatto di aver sostenuto questa produzione cinematografica: d’altra parte, se non avete nulla da dire, perché ci dovete dire che al paesino si sta meglio?

venerdì 15 ottobre 2010

Daily Shot

Riforma universitaria. Dove non riescono professori, ricercatori, dottorandi, laureati e studenti riescono i ragionieri. Di stato.

giovedì 14 ottobre 2010

Daily Shot


''Chiedo scusa all'Italia e agli italiani''. Lo ha detto Ivan Bogdanov che ha anche aggiunto che la rabbia della tifoseria serba era diretta contro il portiere della Nazionale Vladimir Stojkovic, reo di aver ''tradito lo Stella Rossa'', passando all’altra squadra della città, il Partizan.
Quando si dice giocare nella posizione di estremo difensore. Un derby memorabile

I GIUDICI CHE NON CI SONO

La carenza di magistrati nelle procure del sud.

Le chiamano Procure difficili o disagiate. Si trovano al Sud, tutte al Sud. Nessuno ci vuole andare e chi ci va perché costretto, appena può se ne scappa. L'ultima in ordine di tempo è la Procura di Enna rimasta senza nessun sostituto procuratore. Sede giudiziaria scoperta. A lavorare è rimasto il solo procuratore capo Calogero Ferrotti, senza nessuno dei 4 sostituti previsti in organico; quando si dice farsi in quattro. E poiché la vita va avanti, i crimini continuano e i fascicoli si accumulano. I reati non si fermano, e anzi aumentano. I tempi di prescrizione invece restano invariati, quando non vengono ridotti.
Ecco che il procuratore capo Calogero Ferrotti si trova da solo a gestire gli oltre 7000 fascicoli annuali. Enna fa parte, insieme a Nicosia e Gela, del distretto delle Corti di Appello di Caltanissetta: in tutta questa zona non va meglio. Su 12 magistrati, 11 sono assenti. Latitanti per dirla con un ossimoro. Perché lì nessuno vuole lavorare. Ad Enna, l’unico pm presente negli ultimi 2 anni, Marcello Cozzolino, ha già fatto e ottenuto domanda di trasferimento, mentre a Nicosia il procuratore Carmelo Zuccaro lascerà a fine mese alla volta di Catania e il pm Manuela Di Cento ha già fatto domanda di trasferimento, ottenuta per il 30 settembre.
E allora, grande gaudio, ecco l’annuncio: in arrivo ci sono tre magistrati ordinari in tirocinio a Enna; uditori giudiziari: ragazzi appena nominati magistrati che come primo incarico vanno a farsi le ossa in Sicilia. Sperando di non rompersele. Lo rende noto un comunicato del CSM, spiegando che ''Il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti (neo nominato e appartenente all’UDC) , in relazione alla situazione della Procura della Repubblica di Enna, ha ricevuto dal Procuratore Generale di Caltanissetta, Cons. Roberto Scarpinato, l'assicurazione di una urgente applicazione distrettuale di un magistrato presso quell'ufficio, afflitto attualmente dalla scopertura dell'intera pianta organica dei sostituti”. Il problema intanto, è che questi tre ragazzi – tirocinanti - uditori giudiziari arriveranno ad Enna nell’aprile del 2011. Fino ad allora, il procuratore capo sarà da solo. A Nicosia i prossimi due arriveranno fra 3 mesi. E a Caltanissetta il lavoro non manca, visto che, ad esempio, ci sono le indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino.
In anni di feroci polemiche sui tipi di sentenza, o sui poteri del pubblico ministero, o sui conflitti fra i poteri dello stato, stando ai dati, qualche problema la magistratura ce l’ha. ''Il Vice Presidente (sempre Michele Vietti –UDC-), in un colloquio con il Ministro della Giustizia On. Angelino Alfano, ha assicurato la massima attenzione del C.S.M. per la situazione di tutti gli Uffici di Procura gravati da scoperture di organico, compatibilmente con le competenze consiliari e le limitazioni imposte dalla normativa tutt'ora vigente''.
Ma quale normativa? Perché nei conflitti fra governi di diversi colori, Consiglio Superiore della Magistratura e Associazione Nazionale Magistrati, come al solito, chi ci rimette è sempre la collettività. Perché la Costituzione ci dice che il giudice è inamovibile, ma è il CSM a disporre sulla mobilità dei giudici, anche se, ovviamente, solo secondo quanto prevede la legge. E fino al 2006 l’attribuzione ex lege delle sedi era collegata al punteggio in graduatoria. In questo modo, nelle sedi più svantaggiate, come quelle siciliane, dove le condizioni ambientali e di lavoro sono spesso davvero ostiche, dove le collaborazione della società civile è più rarefatta, dove la criminalità organizzata è più forte, arrivavano i giudici di prima nomina. Non certo navigati procuratori. Ne nacque una polemiche e l’allora Guardasigilli Mastella stabilì, con una legge transitoria di attuazione da completarsi nel 2014, che un minimo di esperienza serviva. Il fatto è che poiché a decidere sull’attribuzione delle sedi è il CSM e non il governo, la situazione, come vediamo, non fece che peggiorare. E allora ecco che nel 2008, con il nuovo governo, si cambia la legge. Alfano introduce incentivi economici e di carriera, per stimolare la presenza nelle sedi disagiate, ma gli effetti sono quasi nulli. Infatti la categoria delle “sedi disagiate” è stata impostata con dei requisiti troppo larghi: in questo modo vi sono rientrate anche procure come Sanremo, Belluno, Gorizia e Lodi, che certo non sono Reggio Calabria e Caltanissetta. Inoltre tali incentivi sono stati estesi anche alla categoria della “giudicante”, e non solo alla “requirente”. Ma poiché con la riforma delle separazione delle carriere all’orizzonte e un futuro sempre più incerto per i pubblici ministeri del futuro, a parità di condizioni in molti hanno scelto di far parte di chi giudica e non di chi indaga. Emblematica la storia di Francesco Cascini, magistrato di prima nomina a Locri, dove è stato dai 25 ai 29 anni. Da quella esperienza quadriennale ne è nato un libro, "Storia di un giudice - Nel far west della 'ndrangheta”. Il suo racconto narra come, dopo qualche settimana dal suo incarico, cominciarono ad entrare nel suo ufficio circa 150 nuovi procedimenti ogni mese, che si andavano ad aggiungere ai quasi 3000 procedimenti arretrati. Ogni 3 settimane il sostituto procuratore faceva un turno per 7 giorni consecutivi, e quasi tutti i giorni ero impegnato in udienza o in Corte d’Assise. Per Cascini l’alternativa era o non dare risposte, o darle con molto ritardo, o scegliere tra le risposte quelle più urgenti relative ai fatti più gravi, o dare molte risposte, ma alcune inevitabilmente sbagliate o superficiali. Potrebbe essere una sua opinione, anche se d’altra parte, è un fatto che in 19 anni in tutta la procura di Reggio Calabria, ci sono state 2 sentenze per corruzione e 1 per concussione. Ci piacerebbe che ciò fosse lo specchio della realtà.

martedì 12 ottobre 2010

KILLER D'AVANZO.


Se proprio non ne potete fare a meno, lui c'è sempre, quasi quasi che avanza. Sempre. Mai un passo indietro.

Dopo aver ascoltato con curiosità quasi morbosa le intercettazioni sul caso Il Giornale – Marcegaglia ho seguito passo passo la vicenda, trovandomi, nel conviviale pranzo del sabato con i miei genitori, a ridere, o forse anche a deridere, l’articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato in quella data su Repubblica.
Il giorno precedente Feltri aveva annunciato “Domani pubblicheremo il tanto famigerato dossier sulla Marcegaglia, così aiuteremo il pubblico ministero nel suo lavoro”. Fra i molti che hanno deciso di vedere e valutare con attenzione la mossa de “Il Giornale”, non c’era Giuseppe d’Avanzo. Lui non ha aspettato di vedere il famigerato dossier. Infervorato dal sacro fuoco dell’etica professionale ha scritto su Repubblica un articolo dal titolo “La firma del Cavaliere”, in cui sosteneva che “il silenzio di Berlusconi è assordante. E’ molto eloquente. Autorizza ad immaginare che il capo del governo non abbia nessuna voglia di smentire o contraddire i suoi sicari..”. Mentre non si capisce perché Berlusconi sarebbe dovuto intervenire in una vicenda i cui contorni sono del tutto incerti, si capisce benissimo la cantonata presa da D’Avanzo: credendo che il “dossier” ci fosse davvero, ha affilato la penna e ha accusato e giudicato colpevole Berlusconi di essere il “mandante” della strategia del “Il Giornale”  e dei sicari che ci lavorano. Proprio in quel momento sul quotidiano di Via Nigri uscivano 4 pagine di rassegna stampa da altri quotidiani riguardanti i passati guai giudiziari del gruppo Marcegaglia, fra cui figurava anche un articolo di Repubblica
Il lunedì successivo mio padre, fidelizzato lettore di Repubblica, mi presenta il quotidiano alla pagina firmata da Giuseppe D’Avanzo, dal titolo “Così colpisce le fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere”.Colpito nell’orgoglio, nel pensiero di aver detto delle infantili ingenuità, cerco attentamente di capire i contenuti di quell'articolo. Subito nelle prime righe, emerge il teorema di D’Avanzo.
Feltri lavora per Berlusconi e non fa il giornalista né giornalismo, quindi è "un bugiardo che di se stesso può scrivere senza arrossite".
Già nel lancio di prima pagina Feltri viene definito come “Brighella , un attaccabrighe sempre disponibile a fare il lavoro sporco e a dirigere gli imbrogli compiuti in scena, se il padrone lo ricompensa bene”. Davvero Feltri è in malafede? Davvero Feltri accetta di fare il lavoro sporco di Brighella solo per soldi? Per caso D’Avanzo è a conoscenza dello stipendio di Feltri? Ma soprattutto, perché i soldi che percepisce Feltri sono frutto di malafede mentre quelli che percepiscono gli altri giornalisti no?
Che le inchieste pubblicate da “Il Giornale” siano “mezzi fatti”, “fatti storti”, “dicerie poliziesche”, non so perchè D’Avanzo non lo lasci stabilire alla magistratura, a conclusione dei relativi procedimenti. Sempre che non abbia perso la fiducia nei giudici e nella giustizia, o magari si vuole ad essa sostituire? Eppure mi sembra che non sia mai mancata la difesa dei giudici fra le righe del segugio D’Avanzo..
L’articolo continua riempiendo pagina 10 e pagina 11 della Repubblica, con un dettagliato ricordo del lavoro de “Il Giornale”.
Comincia dal caso Boffo: certo Feltri ha chiesto scusa, certo è stata un’azione di killeraggio politico. Però io vorrei capire una cosa: Dino Boffo è omosessuale? Non che mi interessi molto, ma come direttore del giornale dei vescovi, sarebbe interessante capire se ci si trova di fronte al solito cliché del “predica bene e razzola male”. D’altra parte, se Dino Boffo non aveva nulla da temere, perché si è dimesso dal ruolo di direttore di Avvenire? Non ricopriva mica una carica pubblica.
D’Avanzo si scaglia poi contro le intercettazioni illegali, effettuate sotto la guida del capo dei servizi Pollari. Ora ciò che io vorrei capire è se Giuseppe D’Avanzo sia favorevole o contrario alla pubblicazione delle intercettazioni. Perché, nel caso in cui fosse contrario, mi sembra sia solo leggermente in contraddizione con la lotta di Repubblica alla “legge bavaglio” e le migliaia di post-it che hanno ricordato come sia a rischio la libertà di informazione.
La “macchina dei falsi” per D’Avanzo è frutto di un potere micidiale – politico, economico, mediatico – capace di stritolare chiunque.
Politico: frutto di elezioni, e che se ne dica, democratiche.
Economico, bontà sua, il Cavaliere in qualche modo lo ha costruito.
Mediatico: non mi sembra che nei 5+2 anni di governo alternativo a Berlusconi qualcuno abbia fatto una qualche legge per contrastare il fenomeno del conflitto di interessi.
D’Avanzo va avanti definendo “fabbrica di miasmi” una Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Alla vigilia del 2006 poi viene pubblicato sul quotidiano di Via Nigri un dossier contro Romano Prodi, che mi sembra poi abbia vinto le elezioni.
L’invettiva prosegue contro il giornalismo che attacca, che vive di scandali, che mira a screditare l’avversario. Credo che di questo D’Avanzo e Repubblica siano ottimi maestri.
Ma non sono gli unici che fanno bene il proprio lavoro. Ad ognuno il suo. Respect.

lunedì 11 ottobre 2010

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Ve la ricordate l'influenza A? Forse..
Cosa successe? Nulla..
Quanti soldi si spesero? Molti..
Quanto allarmismo si diffuse? La rispota in questo lancio dell'Ansa del 5 novembre 2009

Per inciso il Ministro del Welfare ( e della Salute) Maurizio Sacconi è sposato con Enrica Giorgetti, dal 2005 direttore generale di Farmindustria


INFLUENZA A: A ROMA 152 RICOVERATI, 40 SONO BAMBINI
DOPO NAPOLI, ROMA E' CITTA' DOVE SI REGISTRA MAGGIORE DIFFUSIONE
(ANSA) - ROMA, 5 NOV - "Ad oggi, il numero dei pazienti attualmente ricoverati negli ospedali romani con influenza A accertata sono 152, di cui 112 adulti e 40 bambini". E' quanto é emerso dalla riunione della commissione "per l'emergenza influenza A" del Comune di Roma, svoltasi alla presenza del sindaco Gianni Alemanno, dell'assessore per le politiche sociali e la salute Sveva Belviso e del presidente della commissione politiche sanitarie Fernando Aiuti, per monitorare l'andamento dell'epidemia influenzale a Roma. Il sindaco ha assicurato che solleciterà personalmente il Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, per accelerare la distribuzione del vaccino alla Regione Lazio e alla città di Roma, in accordo con il vice presidente della Regione, Esterino Montino, in quanto Roma è "la città dove, dopo Napoli, si registra una maggiore diffusione
dell'influenza A". "Visto il numero dei malati ricoverati - viene spiegato in una nota - non si può parlare di 'emergenza' ma di aumento dei ricoveri in una stagione che non ha di solito la massima intensità di degenze per questa patologia. Inoltre, le ospedalizzazioni per sospetta influenza sono 75, di cui 57 adulti e 18 bambini. I pazienti in rianimazione, gli unici in serie condizioni, sono 5, di cui 3 bambini. Negli ospedali esiste una notevole disponibilità di posti letto e anche i Pronto soccorso risultano meno affollati rispetto agli scorsi giorni".

domenica 10 ottobre 2010

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Il Campidoglio sostiene gli alti quozienti familiari. Nell'ambito dell'iniziativa "Mamme a Roma, una grande risorsa per una grande città", il sindaco Alemanno ha dichiarato che la famiglia è al centro delle politica del Comune. Per questo ha premiato la prolifica signora Ricci, madre di 12 figli.
Signora cara, vorrei essere al suo posto, non per il premio, non per i dodici figli, ma anche solo per la possibilità di costruirmi un futuro.
Nell'attesa, sostengo la  politica della famiglia del centrodestra. Magari anche io un giorno ne avrò più di una. Di famiglia.

Edizioni Editore Editante

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/09/in-attesa-di-sapere-dai-giudici-se-il-buono-il/70331/

http://www.ilgiornale.it/interni/la_gaffe_segugio_davanzo__fiutare_dossier_che_non_esiste/10-10-2010/articolo-id=479110-page=0-comments=1

La battuta che Travaglio riporta “Questa è la quinta telefonata che ti faccio in cinque anni” fa parte della seconda telefonata fra Porro e Arpisella, non nella prima. In quella seconda telefonata, a mio parere, si dicono cose molto, molto più importanti. Inoltre, c'è anche una procura del nord che starebbe intercettando la redazione del Il Giornale. Vedremo perchè e con quali effetti. Resta il fatto che Porro ha semplicemente messo in atto una strategia. In cui si dimostra che la Marcegaglia qualcosa da temere ce l'ha. Se sui guai giudiziari di qualcuno ci siamo abituati, su quelli di altri ancora si risveglia l'interesse pubblico. Il dossier era la semplice storia, raccolta tramite rassegna stampa, del gruppo Marcegaglia, che come tante imprese, qualche volta si trova a fare i conti con la magistratura. Un piccolo bluff in cui siamo cascati tutti e con cui Porro ha lanciato una provocazione dalla sua posizione di forza e Arpisella, secondo me, ha avuto la coda di paglia. Il più pulito c'ha...
Inoltre a me sembra il giro di telefonate fra un gruppo di amici su un segreto non segreto che monta e rimonta con il crescere delle conversazioni.
Porro: "Secondo te è una cosa intelligente far chiamare Feltri da Confalonieri?".
Arpisella "....."
Porro:" Tu non conosci Feltri".
E il giorno dopo esce il "dossier", che poi è una rassegna stampa.
Magari, se in Confindustria non avessero avuto tanta paura de Il Giornale, e sopratutto di quello che si potrebbe dire, non sarebbe successo tutto questo.
Intanto, comunque, la Società Pannunzio ha chiesto la radiazione dall'Albo per Porro e Sallusti. Vedremo..


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Il 23 ottobre Trapattoni guiderà sacerdoti e seminaristi del Vaticano contro una selezione di finanzieri allenata da Donadoni.
In palio la verità sullo IOR

venerdì 8 ottobre 2010

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ILLUMINANTE..
"Ci sono interessi che ci pisciano in testa a noi!" - Rinaldo Arpisella, portavoce del presidente di Confindustria - 16 settembre 2010
E se lo dice lui...

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/08/marcegaglia-il-giornale-laudio-delle-intercettazioni/70154/?sms_ss=facebook&at_xt=4caf71a59ba9a7e3%2C0

giovedì 7 ottobre 2010

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Sono una coppia polacca di 33 anni. Si conoscono da quando ne hanno 12, e sono sempre stati insieme, anche nelle idee. Fin da giovanissimi sono attivissimi neonazisti. Poi lei scopre di essere ebrea. Un profondo trauma che dura mesi. Poi decide di confessare le proprie origini al compagno. Che supera lo shock iniziale e decide persino di dirlo ai genitori. I quali gli dicono: “Bè ragazzo mio, sei ebreo anche tu”..
Ora la coppia frequenta attivamente la sinagoga ortodossa locale.
La domanda è di rito: “Avete qualche rimpianto?”
La risposta un po’ meno: “ Ci dispiace per tutti quelli che abbiamo picchiato”
Per dirla con G.B. Vico, eterogenesi dei fini.

http://edition.cnn.com/video/#/video/world/2010/09/24/wus.clancy.secret.jew.cnn?iref=allsearch

mercoledì 6 ottobre 2010

DENUNCIA CANILE LAGER. COME PREMIO IL CARCERE

Arrestato in Spagna per aver denunciato la morte dei suoi cani, Adesso rischia dieci anni

Il 4 ottobre era la data del giudizio sulle accuse di disordine pubblico, lesioni aggravate a pubblico ufficiale e due intenti di attentato alle istituzioni: tutto per aver protestato dopo la morte dei suoi cani. La sentenza era prevista nella città spagnola di Cadice. E l’imputato Simone Righi non aspettava altro. Di solito dai processi si sfugge, ma lui invece lo invoca. E invece il tutto è rimandato al 24 gennaio del 2011. Hanno detto che il giudice non ci sarà. Ma perché Simone non aspetta altro che farsi giudicare? Bisogna andare con ordine.
Nel settembre del 2007 i due ragazzi italiani si recano in Spagna per una vacanza. Con loro ci sono tre cani, Holly, Vito e Maggie, tutti e tre dotati di “passaporto internazionale” e quindi vaccinati e regolarmente denunciati.
Jo Fiori e Simone Righi, lasciano i loro tre “migliori amici” presso una pensione per animali privata - a pagamento – che si fregia anche del titolo di Associazione Animalista di Puerto Real. Pensano di stabilirsi in Spagna, e hanno bisogno di qualche giorno per vedere dove sistemarsi. Il soggiorno viene concordato con il veterinario della struttura, Roberto Alfredo Parodi. 4 giorni dopo, esattamente il 17 settembre 2007, alle ore 8.30 del mattino, come da accordi, vanno a riprendersi i loro cani, il resto della loro famiglia. I cani però non ci sono. La pensione – “El Refugio”, questo il nome - in realtà non era una pensione, ma molto di più, o molto di meno. Comunque pensione” non lo era affatto. Era una struttura convenzionata con 15 comuni locali, protetta da notabili e finanziata da politici del luogo. Dentro, i cani, più che la pensione, trovavano la tomba: che era un congelatore. Già perché Simone ritrova uno dei suoi tre cani. Stava dentro a un grande freezer, insieme a molti altri. Holly era lì, cadavere fra gli altri cadaveri, come in un banco di surgelati. Forse alla “pensione per cani” capiscono che Holly non è uno dei soliti randagi che catturano e che sopprimono entro 2 settimane, ovviamente usufruendo di un contributo pubblico. Ecco allora che la salma viene presa da un congelatore, impilata sopra ad altri cadaveri. e sbattuta sopra un tavolo di alluminio.
canile Lager.jpgsimone righi svenuto durante l'arresto. a fianco le foto dei suoi cani morti nel canile lager.jpgMa ci sono altri morti, per terra, nel forno crematorio, dove gli altri due compagni di Jo e Simone, Vito e Maggie erano già stati bruciati. Il veterinario e l’operaio presenti fuggono come lepri, tutti i cani nelle gabbie abbaiano disperatamente. Rimasti soli dentro la struttura, i due italiani chiamano immediatamente le forze dell’ordine.
Arrivano Policia Nacional, Guardia Civil, Unità Zoofila della Guardia Civil, il Seprona
e “scoprono”, o forse semplicemente accertano, che la residenza era da tempo sotto indagine per maltrattamento animale e per la forma illegale utilizzata per sacrificare gli animali. Già perché l’autopsia su Holly rivela l’utilizzo di un potente paralizzante muscolare, farmaco illegale per l’eutanasia, che garantisce all’animale una morte lenta, per soffocamento, cosciente e agonizzante sino all’ultimo respiro. La prova schiacciante che mancava da sempre e che permette la chiusura del canile, oltre all’imputazione di cinque persone, chiamate a rispondere di omicidio animale. Per inciso, questo tipo farmaco “paralizzante”, è semplicemente più economico di quello “anestetizzante”. Lo stesso Diario de Cadiz ha pubblicato un articolo i cui indignati commenti dei suoi lettori svelano inquietanti intrecci che dovrebbero indurci a pensare che “pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina”.
Jo e Simone denunciano i responsabili della struttura per "Omicidio Volontario Continuato" dei tre cani di proprietà, con Passaporto Internazionale e iscrizione all’anagrafe canina, membri della famiglia, per "Falsa Testimonianza" e "Falsa Documentazione". Nonostante le tante denunce precedenti, “El Refugio” rimaneva aperto e convenzionato con una quindicina di Comuni per la raccolta dei randagi, in Spagna soppressi convenzionalmente dopo dieci giorni dall’entrata nelle strutture di raccolta. E il primo processo che vede imputato un proprietario di canile privato. Procedimento penale pionieristico in terra iberica. Qui infatti la legge non parla chiaro. Anzi non parla affatto. E nel silenzio della disciplina sul trattamento e sul maltrattamento degli animali ognuno fa come vuole. E capita che le pratiche sugli animali senza padroni certificati siano fra le più brutali. Se fosse finita qui, sarebbe quasi un lieto fine, considerando le successive conseguenze, ne liete, ne finite. Venti giorni dopo la morte dei cani, il 07 ottobre 2007, i due italiani partecipano a Cadice alla manifestazione animalista per la chiusura del canile, che cesserà l’attività nel novembre 2007. Circa 2.000 persone urlano la loro indignazione e il loro disprezzo per la giunta di Cadice, convenzionata con la struttura de “El Refugio”. La manifestazione, proprio nel momento più brutto, viene per
fortuna filmata. Quanto avviene in quei momenti ha dell’incredibile. I manifestanti si ritrovano in una strada molto stretta, con loro non ci sono ne persone con bottiglie molotov ne tanto meno con il volto coperto. Non ci sono neanche cartelli con scritte minacciose, ma quelli della denuncia del canile lager e le foto dei cani che furono. Vi è la massiccia partecipazione di persone che potremmo tranquillamente riconoscere in tutti coloro che nella loro vita hanno amato un animale. Durante il deflusso Jo e Simone sono appoggiati contro una parete, quando due agenti si avvicinano. Hanno deciso di arrestarli. Simone viene percosso fino a perdere i sensi, e secondo quanto si vede nei filmati di Youtube, non oppone alcuna resistenza. A testimonianza di
quanto accade nei momenti successivi ci sono sul web numerosi video amatoriali e fotografie.
La vita si capovolge in un minuto. Dopo tre giorni in cella d’isolamento, il Giudice sentenzia la detenzione di Righi senza cauzione, nonostante le immagini e i video. I capi d’accusa sono “Intento di Attentato, resistenza a Pubblico Ufficiale e Disordine Pubblico”; la pena prospettata sono 10 anni di carcere. Dopo due mesi di prigionia, due ricorsi, l’intervento dell’ex Console di Madrid Sergio Barbanti, del Ministro degli Esteri Franco Frattini, delll’On. Marco Zacchera, di Madame Brigitte Bardot, di moltissime persone intervenute da tutto il mondo e il pagamento di 3.000€ di cauzione, Simone Righi viene rilasciato il 7 dicembre 2007, con obbligo di firma in Spagna il quindici di ogni mese e il ritiro del passaporto. Per citare Saviano, chi denuncia diventa criminale; per citare i bambini, chi fa la spia non è figlio di Maria. Altrimenti sembra inspiegabile l’accanimento del Comune di Cadice, impegnato nel voler definire criminale il testimone chiave della chiusure de “El
Refugio”, meglio conosciuto come mattatoio a cielo aperto. L’intera vicenda sembra studiata ad arte
per impedire ai due italiani di partecipare al processo contro il canile. L’avvocato Libero Mancuso, che rappresenta i due italiani in Italia, definisce "aberrante la vicenda ed esente da qualsiasi logica". Se volessimo dire una banalità, potremmo dire che il cane è il miglior amico dell’uomo. Ma l’uomo è il miglior amico del cane? Quale amica, amico, fidanzato o fratello non è stato tradito? L’uomo tradisce, il cane no. Ripercorriamo la nostra storia da Romolo e Remo ad Abele e Caino. Non dovremmo stupirci più dell’uomo e della sua capacità di infliggere dolore al proprio simile. E invece certe storie continuano a stupire. E spesso, più si è simili, più ci si odia. L’essere umano è sostanzialmente l’unica specie che uccide i propri simili. E non per caso, evento o lotta per la sopravvivenza. Ma solo per avidità, egoismo e volontà di sopraffazione. Non potrei spiegare altrimenti la storia di Jo e Simone, e soprattutto di Maggy, Holly e Vito.
In un intervista su Gearpress, riportata nel gruppo di Facebook, Simone dice "Dopo i giorni d’isolamento e l’esperienza del carcere, ho avuto continui choc. Quando mi hanno rilasciato — dopo aver pagato 3mila euro di cauzione — avevo paura ad uscire di casa. Avrò speso più di 50mila euro e ora lavoro come tatuatore per pagarmi gli avvocati: uno in Italia e uno in Spagna. Io però ho fiducia nella giustizia, per questo ho deciso di essere presente al processo. Ci hanno anche detto che ci sarà un osservatore del governo italiano”. Ci dovrebbe essere della Commissione Europea diremmo noi, visto che proprio la UE ha approvato la scorsa settimana una direttiva che consente l’utilizzo dei cani randagi per gli esperimenti. Alla fine, fra udienze rimandate, politiche internazionali e brutalità della polizia possiamo consolarci in un modo. Che il sacrificio di Simone ha salvato decine di vite di cani. D’altra parte nel calendario dei santi il 4 ottobre ricorre San
Francesco, il protettore degli animali.
http://www.facebook.com/note.php?note_id=161301567217218&id=1609437217&ref=mf
http://www.youtube.com/watch?v=XGJvKW8ivsE

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Le persone più ricche del mondo hanno risposto ai timori sull'andamento dell'economia acquistando oro.
Un funzionario della banca svizzera UBS ha raccontato che una coppia ha comprato una tonnellata in lingotti d'oro. E ora li porta altrove. 42 milioni di dollari che viaggiano chissà come e chissà dove. Magari poter rifare il servizio di argenteria a mia madre.

martedì 5 ottobre 2010

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La Cina non rivaluta lo Yuan. Continua ad esportare di più e ad importare di meno. E dall'estero, a loro volta, reagiscono. Il Giappone svaluta lo Yen e gli Stati Uniti il Dollaro. E l'Europa? tempo che ci si mette d'accordo tutti quanti,  l'Euro schizza di nuovo alle stelle. Adesso, visto che a vendere non ci riusciamo, conviene comprare all'estero: basta avere i soldi.

lunedì 4 ottobre 2010

LO STRANO CASO DELL'ATTENTATO A BELPIETRO

Il capo della polizia Manganelli ha chiesto al Questore di Milano Indolfi di essere scrupolosi al massimo nelle indagini sull’attentato contro il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro. Una frase serafica, per un enigma che sembra difficile da risolvere. Tante le anomalie in questa vicenda. Innanzitutto le ricorrenze. L’agente Alessandro N., che avrebbe sventato l’attentato, è caposcorta del giornalista da 8 anni. Aveva cominciato questo lavoro nel 1995 come agente semplice, aggregato ai guardaspalle di Gerardo D’Ambrosio. Un sera accompagnò a piedi il pm fin sull’uscio di casa, in una strada stretta, costeggiante il muro di un asilo nido. All’improvviso, proprio dentro il cortile della scuola, l’agente intravede un uomo con un impermeabile scuro che si accinge a prendere da terra una carabina o un fucile – su questo il poliziotto non è sicuro - , ma appena gli intima il “fermo polizia!” l’uomo si dilegua dietro un angolo. Alessandro lo insegue, ma percorrendo il giro largo, perché ad andargli dietro rischia un colpo di infilata appena svoltato, così gli hanno detto di fare in accademia. Mentre il bodyguard raggiunge il lato opposto della scuola l’uomo con l’impermeabile è già salito dietro ad una moto, con il guidatore che si dilegua a tutto gas. Da allora non si seppe più nulla, e Alessandro venne promosso da agente semplice ad agente scelto, appena 3 mesi dopo il suo ingresso in Polizia.
15 anni dopo la storia è molto simile. Giovedì notte il caposcorta accompagna con l’ascensore il direttore di Libero fino all’uscio di casa, al quinto piano di uno stabile di via Monte di Pietà 19, a Milano. Lo saluta e, per questa volta, decide di fare un’eccezione: decide di andare a piedi e di fumarsi una sigaretta, quando ecco che proprio fra il quarto e quinto piano vede un uomo sulla quarantina che indossa una pettorina della Guardia di Finanza puntargli la pistola addosso. L’arma però non spara e allora Alessandro risponde tirando fuori la Beretta di ordinanza ed esplodendo tre colpi ad una distanza di pochi metri. Nessuno di questi però colpisce l’attentatore che si volatilizza scendendo le scale. Di lui si perderanno le tracce.
Come sia scappato, senza essere ripreso da telecamere o visto dall’altro agente che aspettava in macchina, è da stabilire. Anche perché  il cortile è circondato da muri alti e piante settecentesche, e l’unica uscita è attraverso un portone in legno, per una via di fuga che transita a soli 200 metri dalla Questura.
E come Alessandro non sia riuscito nemmeno a sfiorare l’attentatore, lo dovrebbe stabilire la balistica, visto che l’agente dichiara di aver fatto fuoco da 3 o 4 metri, prima colpendo un battiscopa, poi il muro, e infine una vetrata.
E come non sia stato colpito, Alessandro, visto che l’attentatore lo attendeva nel silenzio delle scale fra il quinto e quarto piano, nascosto e pronto all’azione; forse perché l’arma era inceppata, o non era destinata a sparare. Anche qui le indagini brancolano nel buio.
Restano un unico testimone, tre bossoli della sua pistola, un caso analogo di 15 anni fa e giorni di polemiche e di allarmi sul ritorno del terrorismo.

LUI TENTA UNA RAPINA: LEI LO VIOLENTA PER 3 GIORNI

Un colpo andato male lo condanna alla schiavitù: della serie, voleva fottere e viene fottuto.

Lui tenta una rapina, ma esce dal negozio tre giorni dopo, rapinato dell’onore. Una storia strana quella accaduta qualche tempo fa nella cittadina di Meshchovsk, nella regione russa di Kaluga, ad una manciata di chilometri dal confine ucraino.

In un tranquillo venerdì pomeriggio, poco prima dell’orario di chiusura, quando i clienti sono pochi e gli incassi sono al massimo, un uomo di 32 anni, Ivan (nome di fantasia) entra dentro un negozio di parrucchiera con una pistola in pugno, minaccia i clienti e punta l’arma alla testa della proprietaria. Lei, Olga (nome vero), purtroppo per il malcapitato ladro è cintura gialla di karate. In un primo momento asseconda l’uomo, per poi colpirlo di sorpresa, stenderlo a terra e immobilizzarlo con il cavo di un asciugacapelli; a ciascuno i propri ferri del mestiere.
A questo punto l’audace acconciatrice avrebbe tranquillizzato gli spaventati clienti e le altre dipendenti del negozio, annunciando che potevano uscire, prendere aria, andare a rilassarsi e, magari, tornare a casa ad abbracciare i propri cari, che la polizia l’avrebbe chiamata lei e la faccenda era sistemata.
Invece Olga la polizia non la chiama, le serrande si chiudono e nessuno esce. Ed è qui che inizia la vera faccenda. Olga resta nel negozio. E il rapinatore pure. A parti invertite, Olga impone a Ivan di togliersi gli abiti, e, anzi, lo veste solo di un paio di manette di pelo rosa. Lo nutre di Viagra, lo lega ad un termosifone e ne abusa per tre giorni.
Decide, bontà sua, di liberarlo solo il lunedì successivo quando l’ormai ex rapinatore ed attuale vittima di violenza si dirige verso il più vicino pronto soccorso. La diagnosi evidenzia profonde ferite ai genitali. E’ proprio ai medici che Ivan racconta tutto, della rapina andata male, delle copiose dosi di Viagra, del termosifone, dei desideri sessuali della parrucchiera e anche della minaccia dell’arresto da parte della polizia se non avesse adempiuto ai suoi doveri di schiavo sessuale.
I medici, a questo punto, chiamano la polizia, che arresta tutti: lui, per tentata rapina a mano armata, e lei, per sequestro di persona e violenza sessuale. Mentre veniva condotta in carcere la feroce parrucchiera avrebbe dato dell’ingrato al ladro: “Si abbiamo fatto sesso per un paio di volte, ma gli ho anche dato del cibo, un paio di jeans nuovi e 1000 rubli (circa 25 euro ndr) quando è andato via”. Ora i due sono detenuti in attesa di giudizio. E forse di niente altro. Però sperano: Olga di riavere il suo a questo punto prezioso negozio; Ivan di trovare una nuova professione.

TESSERA DEL TIFOSO: SFIDA FINALE

Sicurezza o schedatura preventiva. Come stanno le curve a un mese dall’introduzione?


Ogni fede ha il suo tempio e quelli del calcio sono gli stadi. Cosa succede se ai fedeli viene negato l’accesso? Con l’introduzione della tessera del tifoso, a molti fanatici delle squadre è interdetto l’ingresso ai santuari del tifo. Le conseguenze si stanno propagando in tutto l’ambiente. Gli abbonati, rispetto alla scorsa stagione, sono diminuiti del 20%. Circa 70mila persone hanno rifiutato questa anomala “schedatura preventiva”. Fossero tutti criminali violenti vorrebbe dire che in Italia c’è un esercito pronto a devastare e distruggere. In tutta la storia del Novecento italiano non c’è stato un movimento giovanile trasversale e di massa di pari entità, originalità, imprevedibilità e durata. Molteplici le funzioni sociali che le curve degli stadi hanno svolto e svolgono nella nostra comunità: assorbire e dissipare l’energia umana, distrarne le potenzialità critiche e di riflessione autonoma, ma anche dare fondamento ad un senso di appartenenza ormai lontano da periferie, territori e fabbriche. Il movimento ultrà, dopo aver resistito per 40 anni alla commercializzazione del pallone, è però ora arrivato ad un bivio decisivo.
L’11 novembre saranno 3 anni che è morto Gabriele Sandri. Da allora opposte fazioni e tifoserie rivali si sono spesso trovate unite contro il nemico comune: lo Stato e il suo braccio operativo, le forze dell’ordine. Ora, in questa travagliata estate, in attesa dell’attuazione della tessera del tifoso, i gruppi hanno imposto la parola d’ordine: “O dentro o fuori”. Chi si tessera si macchia di infamia. Perché la nuova tessera divide le curve in buoni e cattivi, conferisce poteri illimitati alla Digos. Prima si poteva procedere all’arresto anche senza flagranza di reato e costringerti a firmare in questura per la vita, senza passare da un magistrato. Adesso è limitata anche la libertà di consumo. E siccome non tutti gli juventini sono a Torino, gli interisti tutti a Milano, o siccome i tifosi del Napoli non sono solo a Napoli, i problemi non scompaiono. Un tifoso di Ibrahimovic che lavora a Roma, come può andare a vedere la propria squadra in trasferta? Semplice! Fra i tifosi avversari. Tranquillizzante.
Gli Ultras sono al capolinea. I prezzi dei biglietti aumentano, le curve si chiudono, le telecamere negli stadi non inquadrano solo la partita. C’era una volta una pubblicità che diceva: “I tifosi in trasferta valgono doppio”. Adesso, quanto è il doppio di zero?
La tessera è un po’ microchip, un po’ strumento di fidelizzazione commerciale e di analisi di marketing, come le carte fedeltà dei centri commerciali. Il Ministero dell’Interno, tramite l’Osservatorio Nazionale sulle manifestazioni sportive fa sapere che “la tessera del tifoso è uno strumento di fidelizzazione adottato dalle società di calcio. Il progetto lanciato dall’Osservatorio ha l’obiettivo di creare la categoria di tifosi ufficiali”. Compresi anche i bambini che vanno allo stadio con i nonni.
Le tessere emesse sono circa mezzo milione. La classifica di questo strumento mercantilista è dominata dal Milan, società guidata dal presidente del Consiglio dei Ministri; ministri fra i quali c’è anche il titolare del dicastero dell’Interno. 220mila tessere rossonere. Segue l’Inter con 50mila. Poi la Fiorentina con 25mila e la Roma con 20. Sull’altra sponda del Tevere, i tifosi della Lazio, insieme a quelli di Ternana e Atalanta, hanno deciso di sciogliere i gruppi organizzati. La contrarietà dei bergamaschi si è anche fatta sentire con scontri e tafferugli contro il titolare dell’Interno. Ma contrario è anche il presidente della Uefa Michel Platini: “Non mi piacciono le schedature”, come anche il nazionale Daniele De Rossi: “Più che la tessera del tifoso servirebbe la tessera del poliziotto”. E via con le polemiche. C’erano una volta gli striscioni, le coreografie, i tamburi, i fumogeni e i bandieroni. Ora si scrive sui muri: “No al calcio moderno”,“Ci cacciate dagli stadi ci vedrete nelle
strade”, “Ultras No Profit”. Sarà che il gioco del calcio, diventato spettacolo, da palliativo del disagio ne è diventato esaltatore. Da strumento di aggregazione popolar-nazionale ne è diventato misura della disgregazione sociale. Ora che gli Ultras, estremisti per definizione, avranno difficoltà ad entrare sugli spalti, dove riverseranno le loro energie?