domenica 24 ottobre 2010

Eterogenesi dei fini. Ringraziamo il modernissimo cinema intellettuale italiano per averci dato Corrado Guzzanti.

Pensava di meta-narrare una non narrazione. O voleva semplicemente essere originale, Carlo Mazzacurati. Anche io volevo essere un blog originale-radical-chic. E infatti

E infatti cosa? Cazzo dai scherzavo. Vi sembro originale??

“La Passione” è un film diviso fra una trama che racconta se stessa, imitazione del meta cinema di Effetto Notte, e l’intimismo del protagonista, impersonato dal “maestro” Silvio Orlando in una caricatura di un regista senza più ispirazione.
A parte qualche dolceamara risata di comicità clowneggiante, la pellicola è il gioco delle contrapposizioni: fra il passato glorioso di un giovante regista e il suo attuale funerale artistico; fra un produttore avido e spietato nella sue residenze romane e un aiutoregista occasionale, ex-galeotto, buono e ciccione; fra una giovane primadonna delle fiction televisive e una migrante polacca bellezza acqua e sapone che si è trasferita in provincia a fare la barista e a litigare col fidanzato; fra le produzioni cinematografiche intellettual-commerciali di Cinecittà e l’habitat di un paesino toscano dove si svolge la recita paesana della via Crucis.
Un inno a ciò che è puro e semplice, un elogio della bellezza nelle piccole cose, poetica della vita e dei suoi sentimenti. Un paradiso insomma, ma molto triste, perché come in ogni paradiso che si rispetti, non c’è nulla di inatteso, nulla di sorprendente, nulla di desiderabile. E così è questo film prodotto dalla Fandango, senza desideri particolari. Una pellicola che si sviluppa così come si deve sviluppare. E finisce nel solito modo in cui finiscono tutti i film italiani di questo genere (Ovosodo, Mio fratello è figlio unico, ecc.. ecc.. gli altri citateli voi che tanto li avete visti....): ricordandoci che anche nella sconfitta c’è la bellezza.
Un noia insomma, a meno che non siate registi falliti, scrittori complessati dal foglio bianco o intellettuali sinistroidi di varia natura.
Per fortuna c’è Corrado Guzzanti a interpretare il designato Gesù Cristo della pasqua del villaggio. L’unico personaggio divertente però finisce schiacciato dall’incriminata santissima Croce INRI di 40 chili, ed esce di scena con la frase “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile.” Il mercante in fierà della banalità. Purtroppo per il film, e gli spettatori, uscito di scena Corrado Guzzanti, c'è solo ovvio, usato e banale intimismo. 
Scontata la trama, scontata la narrazione, scontati i personaggi: il discount a saldo dell’intellettualismo.
Potevano fare qualcosa, e invece non l’hanno fatta. Poteva succedere, ma non è successo, e francamente a un certo punto non se lo aspettava più nessuno. Un po’ la parodia della sinistra italiana.
Anche qui sono i comici a tirare avanti il baracchino, perché gli altri non fanno né ridere né piangere. Io mi sono stufato di questo sottile sentimentalismo. Di questi leit motiv con il regista fallito che conclude la sua carriera dirigendo la via Crucis del paesino di vattelapesca, dove ovviamente si innamora della dolce e giovane e buona e pura barista polacca.
Una critica per nulla velata al jet set televisivo, al mondo delle produzioni delle fiction, alla cultura e al cinema ormai diventati strumenti ad uso e consumo di avidi produttori mascherati da avvoltoi. L’elegia del ritorno alle origini, del rifiuto del berlusconismo e dello yuppismo.
Perché questa società è migliore di chi la governa. Il più istituzionale dei Radical chic, ma non solo.
Il film è prodotto da Fandango, con la collaborazione, guarda caso di Rai Cinema (non Rai Fiction mi raccomando..) e con il patrocinio della Direzione Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali: dunque con il placet del vostro poeta preferito Sandro Bondi.
Al quale chiederei le dimissioni per il solo fatto di aver sostenuto questa produzione cinematografica: d’altra parte, se non avete nulla da dire, perché ci dovete dire che al paesino si sta meglio?

Nessun commento:

Posta un commento