martedì 12 ottobre 2010

KILLER D'AVANZO.


Se proprio non ne potete fare a meno, lui c'è sempre, quasi quasi che avanza. Sempre. Mai un passo indietro.

Dopo aver ascoltato con curiosità quasi morbosa le intercettazioni sul caso Il Giornale – Marcegaglia ho seguito passo passo la vicenda, trovandomi, nel conviviale pranzo del sabato con i miei genitori, a ridere, o forse anche a deridere, l’articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato in quella data su Repubblica.
Il giorno precedente Feltri aveva annunciato “Domani pubblicheremo il tanto famigerato dossier sulla Marcegaglia, così aiuteremo il pubblico ministero nel suo lavoro”. Fra i molti che hanno deciso di vedere e valutare con attenzione la mossa de “Il Giornale”, non c’era Giuseppe d’Avanzo. Lui non ha aspettato di vedere il famigerato dossier. Infervorato dal sacro fuoco dell’etica professionale ha scritto su Repubblica un articolo dal titolo “La firma del Cavaliere”, in cui sosteneva che “il silenzio di Berlusconi è assordante. E’ molto eloquente. Autorizza ad immaginare che il capo del governo non abbia nessuna voglia di smentire o contraddire i suoi sicari..”. Mentre non si capisce perché Berlusconi sarebbe dovuto intervenire in una vicenda i cui contorni sono del tutto incerti, si capisce benissimo la cantonata presa da D’Avanzo: credendo che il “dossier” ci fosse davvero, ha affilato la penna e ha accusato e giudicato colpevole Berlusconi di essere il “mandante” della strategia del “Il Giornale”  e dei sicari che ci lavorano. Proprio in quel momento sul quotidiano di Via Nigri uscivano 4 pagine di rassegna stampa da altri quotidiani riguardanti i passati guai giudiziari del gruppo Marcegaglia, fra cui figurava anche un articolo di Repubblica
Il lunedì successivo mio padre, fidelizzato lettore di Repubblica, mi presenta il quotidiano alla pagina firmata da Giuseppe D’Avanzo, dal titolo “Così colpisce le fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere”.Colpito nell’orgoglio, nel pensiero di aver detto delle infantili ingenuità, cerco attentamente di capire i contenuti di quell'articolo. Subito nelle prime righe, emerge il teorema di D’Avanzo.
Feltri lavora per Berlusconi e non fa il giornalista né giornalismo, quindi è "un bugiardo che di se stesso può scrivere senza arrossite".
Già nel lancio di prima pagina Feltri viene definito come “Brighella , un attaccabrighe sempre disponibile a fare il lavoro sporco e a dirigere gli imbrogli compiuti in scena, se il padrone lo ricompensa bene”. Davvero Feltri è in malafede? Davvero Feltri accetta di fare il lavoro sporco di Brighella solo per soldi? Per caso D’Avanzo è a conoscenza dello stipendio di Feltri? Ma soprattutto, perché i soldi che percepisce Feltri sono frutto di malafede mentre quelli che percepiscono gli altri giornalisti no?
Che le inchieste pubblicate da “Il Giornale” siano “mezzi fatti”, “fatti storti”, “dicerie poliziesche”, non so perchè D’Avanzo non lo lasci stabilire alla magistratura, a conclusione dei relativi procedimenti. Sempre che non abbia perso la fiducia nei giudici e nella giustizia, o magari si vuole ad essa sostituire? Eppure mi sembra che non sia mai mancata la difesa dei giudici fra le righe del segugio D’Avanzo..
L’articolo continua riempiendo pagina 10 e pagina 11 della Repubblica, con un dettagliato ricordo del lavoro de “Il Giornale”.
Comincia dal caso Boffo: certo Feltri ha chiesto scusa, certo è stata un’azione di killeraggio politico. Però io vorrei capire una cosa: Dino Boffo è omosessuale? Non che mi interessi molto, ma come direttore del giornale dei vescovi, sarebbe interessante capire se ci si trova di fronte al solito cliché del “predica bene e razzola male”. D’altra parte, se Dino Boffo non aveva nulla da temere, perché si è dimesso dal ruolo di direttore di Avvenire? Non ricopriva mica una carica pubblica.
D’Avanzo si scaglia poi contro le intercettazioni illegali, effettuate sotto la guida del capo dei servizi Pollari. Ora ciò che io vorrei capire è se Giuseppe D’Avanzo sia favorevole o contrario alla pubblicazione delle intercettazioni. Perché, nel caso in cui fosse contrario, mi sembra sia solo leggermente in contraddizione con la lotta di Repubblica alla “legge bavaglio” e le migliaia di post-it che hanno ricordato come sia a rischio la libertà di informazione.
La “macchina dei falsi” per D’Avanzo è frutto di un potere micidiale – politico, economico, mediatico – capace di stritolare chiunque.
Politico: frutto di elezioni, e che se ne dica, democratiche.
Economico, bontà sua, il Cavaliere in qualche modo lo ha costruito.
Mediatico: non mi sembra che nei 5+2 anni di governo alternativo a Berlusconi qualcuno abbia fatto una qualche legge per contrastare il fenomeno del conflitto di interessi.
D’Avanzo va avanti definendo “fabbrica di miasmi” una Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Alla vigilia del 2006 poi viene pubblicato sul quotidiano di Via Nigri un dossier contro Romano Prodi, che mi sembra poi abbia vinto le elezioni.
L’invettiva prosegue contro il giornalismo che attacca, che vive di scandali, che mira a screditare l’avversario. Credo che di questo D’Avanzo e Repubblica siano ottimi maestri.
Ma non sono gli unici che fanno bene il proprio lavoro. Ad ognuno il suo. Respect.

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