lunedì 4 ottobre 2010

LO STRANO CASO DELL'ATTENTATO A BELPIETRO

Il capo della polizia Manganelli ha chiesto al Questore di Milano Indolfi di essere scrupolosi al massimo nelle indagini sull’attentato contro il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro. Una frase serafica, per un enigma che sembra difficile da risolvere. Tante le anomalie in questa vicenda. Innanzitutto le ricorrenze. L’agente Alessandro N., che avrebbe sventato l’attentato, è caposcorta del giornalista da 8 anni. Aveva cominciato questo lavoro nel 1995 come agente semplice, aggregato ai guardaspalle di Gerardo D’Ambrosio. Un sera accompagnò a piedi il pm fin sull’uscio di casa, in una strada stretta, costeggiante il muro di un asilo nido. All’improvviso, proprio dentro il cortile della scuola, l’agente intravede un uomo con un impermeabile scuro che si accinge a prendere da terra una carabina o un fucile – su questo il poliziotto non è sicuro - , ma appena gli intima il “fermo polizia!” l’uomo si dilegua dietro un angolo. Alessandro lo insegue, ma percorrendo il giro largo, perché ad andargli dietro rischia un colpo di infilata appena svoltato, così gli hanno detto di fare in accademia. Mentre il bodyguard raggiunge il lato opposto della scuola l’uomo con l’impermeabile è già salito dietro ad una moto, con il guidatore che si dilegua a tutto gas. Da allora non si seppe più nulla, e Alessandro venne promosso da agente semplice ad agente scelto, appena 3 mesi dopo il suo ingresso in Polizia.
15 anni dopo la storia è molto simile. Giovedì notte il caposcorta accompagna con l’ascensore il direttore di Libero fino all’uscio di casa, al quinto piano di uno stabile di via Monte di Pietà 19, a Milano. Lo saluta e, per questa volta, decide di fare un’eccezione: decide di andare a piedi e di fumarsi una sigaretta, quando ecco che proprio fra il quarto e quinto piano vede un uomo sulla quarantina che indossa una pettorina della Guardia di Finanza puntargli la pistola addosso. L’arma però non spara e allora Alessandro risponde tirando fuori la Beretta di ordinanza ed esplodendo tre colpi ad una distanza di pochi metri. Nessuno di questi però colpisce l’attentatore che si volatilizza scendendo le scale. Di lui si perderanno le tracce.
Come sia scappato, senza essere ripreso da telecamere o visto dall’altro agente che aspettava in macchina, è da stabilire. Anche perché  il cortile è circondato da muri alti e piante settecentesche, e l’unica uscita è attraverso un portone in legno, per una via di fuga che transita a soli 200 metri dalla Questura.
E come Alessandro non sia riuscito nemmeno a sfiorare l’attentatore, lo dovrebbe stabilire la balistica, visto che l’agente dichiara di aver fatto fuoco da 3 o 4 metri, prima colpendo un battiscopa, poi il muro, e infine una vetrata.
E come non sia stato colpito, Alessandro, visto che l’attentatore lo attendeva nel silenzio delle scale fra il quinto e quarto piano, nascosto e pronto all’azione; forse perché l’arma era inceppata, o non era destinata a sparare. Anche qui le indagini brancolano nel buio.
Restano un unico testimone, tre bossoli della sua pistola, un caso analogo di 15 anni fa e giorni di polemiche e di allarmi sul ritorno del terrorismo.

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