mercoledì 3 novembre 2010

Diritto di informare chi?

L'autoreferenzialità dell'informazione

Santoro manda a “vaffambicchiere” il direttore generale della Rai, Mauro Masi, che prova a sospenderlo, ne fa involontariamente un’icona e, probabilmente senza saperlo, aumenta l’audience di Annozero.
Viene intercettata una telefonata fra il  vicedirettore de “Il Giornale” Nicola Porro e Rinaldo Arpisella, portavoce del presidente della Confindustria. La sede del quotidiano di via Nigri viene perquisita dalle forze dell’ordine sotto la direzione di un indagine condotta del noto pubblico ministero Henry John Woodcock con l’accusa di violenza provata.
Un giornalista di Panorama registra le sue conversazioni con lo stesso Rinaldo Arpisella, il quale minaccia minaccia, senza poi ottenere causare nessun effetto, salvo, a distanza di mesi, la rimozione dall’incarico di portavoce della Marcegaglia.
Fabio Fazio presenta un nuovo format televisivo insieme a Roberto Saviano, che viene rimandato al mittente da Mauro Masi con la motivazione dei costi eccessivi. In mezzo ci finisce anche Benigni. E Saviano viene automaticamente arruolato nella schiera degli anti-berlusconiani.
Luca Telese de “Il Fatto quotidiano”, in diretta a Radio24, da della “cretina” a Emma Marcegaglia e viene sospeso dalla partecipazione al programma “La Zanzara” di Giuseppe Cruciani. Telese scrive un articolo sul suo quotidiano dal titolo “Riotta chiama e la Zanzara mi censura”. Il direttore della Radio di Confindustria gli risponde con una lettera aperta e Filippo Facci lo accusa di fare la vittima e insieme rinvangano vecchie querele nate dalla discussione sui capelli con mesches o meno nei biondissimi capelli del giornalista di “Libero”.
Il direttore dello stesso quotidiano Maurizio Belpietro innesca con Marco Travaglio una lunga e complicata discussione sulla tiratura dei rispettivi giornali e se e quanti rimborsi pubblici percepiscono.
Sallusti, direttore responsabile de “Il Giornale” litiga con il direttore de “L’Unità” Concita De Gregorio sul numero di copie vendute.
Questo solo per ricordare gli ultimi episodi che hanno visto giornalisti scontrarsi con giornalisti. Un mondo dell’informazione che parla di se stesso, dove i protagonisti litigano fra di loro accusandosi di faziosità, partigianeria, ricordando episodi biografici di lustri passati, e spendendo torrenti di inchiostro in ridanciane invettive reciproche. Dal teatrino della politica siamo passati al teatrino dell’informazione. Informazione che non informa più. Raccontare fatti, narrare storie, diffondere vicende, sembrano ormai prerogative rimaste a pochi. Sarà che con l’avvento delle comunicazione on-line, dei blog, dei bloggers e dei loro utenti, ormai ci ritroviamo a confrontarci con canali diretti di comunicazione, dove spesso i commenti dei visitatori dei siti internet sono più realisti del re. I fan di Marco Travaglio che accusano Maurizio Belpietro con insulti e invettive, e gli utenti del sito di “Libero” che ricoprono l’editorialista de “Il Fatto Quotidiano” di ogni tipo di poco elegante appellativo.
Se vogliamo, sono gli effetti delle scelte politiche e comunicative degli ultimi 15 anni. Da una parte Silvio Berlusconi ha spesso affrontato in campo aperto e con tutti i suoi mezzi a disposizione l’avversario di turno, politico, mediatico, istituzionale; dall’altra parte i suoi oppositori hanno creato un redditizio mestiere dall’arte di opporsi a lui, istituendo di fatto una corrente politica originale e particolare: l’antierlusconismo. Interi quotidiani, intere redazioni passano l’intera giornata lavorativa (e non solo) ad opporsi, criticare, indagare, sproloquiare sulle vicende personali dell’attuale premier. La verità è che mentre siamo in piena crisi economica, si parla esclusivamente della correttezza etica o meno dello scudo fiscale; mentre ci sono procedimenti in corso sulle vicende Cucchi, Aldovrandi, Sandri e molti altri si parla solo del Lodo Alfano; mentre ci sono milioni di precari e lavoratori a progetto, si parla solo dello scontro pre-manifestazione tra Maroni e la Fiom; mentre il sud sprofonda continuiamo a fare delle dirette speciali da Avetrana; mentre in Germania la Merkel capovolge l’approccio tedesco all’immigrazione e in Gran Bretagna si tagliano 500mila posti di lavoro nel pubblico impiego noi continuiamo a discutere se Annozero debba o meno andare in onda.
Santoro parla di Santoro, i giornali parlano di tv, la tv parla di giornali, i giornalisti si intervistano tra di loro, si querelano, si accusano l'un l'altro di non essere giornalisti: chissà se in mezzo a tutto questo riusciremo a organizzare anche una bella puntata televisiva su che cosa sia rimasto di questa professione, sulla differenza tra informazione e intrattenimento, su che cosa sia una notizia nell’anno di grazia 2010. Perché i giornalisti camminano mano nella mano con la politica, magari ne sono usciti da qualche anno o magari ci entreranno fra qualche mese. La politica è il fratello maggiore del giornalismo e la cronaca il suo giochino preferito: le tre esse dell’intrattenimento (sesso, soldi, sangue) sono delle pilloline da elargire ad un moltitudine dei idealizzati consumatori beoti. Il problema non solo esiste, ma è il più importante che ormai riguardi l'informazione: i nostri telegiornali, che dovrebbero attenersi solo a fatti di pubblico interesse, stanno lasciando che a stabilire i confini di questo interesse sia appunto soltanto il pubblico, o meglio la percezione che ne hanno boriosi giornalisti e direttori editoriali. I notiziari in senso stretto cedono perciò il passo al cosiddetto infotainment e al netto delle idiozie gossipare e degli omicidi seriali (un omicidio in teoria dovrebbe valere l'altro) a giustificare una notizia è sempre più la presenza di un'immagine, di un video, di un particolare che suggestioni anziché informare. Il Tg1, l'altro giorno, ha dato la prima notizia di esteri dopo venti minuti: davvero non era accaduto niente di così importante, quel giorno, nell'intero mondo? Il problema è che ogni barriera tra «importante» e «interessante» è caduta e ogni ciarpame e ogni gossip rosa viene santificato nelle più alte sfere. Medici Senza Frontiere, dopo l'estate 2008, presentò un rapporto sulla presenza o assenza di certe notizie sui media nazionali. Risultato: un mese di colera nello Zimbawe, con la fuga di centinaia di migliaia di persone sottoposte a ogni violenza, aveva meritato 12 citazioni nei telegiornali Rai e Mediaset, mentre l'estate di Briatore ne aveva ottenute 33; un anno di guerra e siccità in Etiopia aveva meritato 6 citazioni mentre Carla Bruni ne aveva ottenute 208. Questo senza tener conto che lo sport e le previsioni del tempo hanno ancora più citazioni, com'è ovvio. La tanto rivendicata libertà di stampa, il diritto ad essere informati, non sembra diventare solo un strumento qualunquista di rivendicazione a volte politica, a volte di categoria?

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