martedì 14 dicembre 2010

Quando c'è la fiducia c'è tutto. Ovviamente.


Certe cose bisogna vederle con i propri occhi. E così oggi ho fatto due passi in centro.
E insieme a un po’ di fuoco, qualche vetro, due spintoni e tanta tanta gente, mi porto a casa molti dubbi e qualche certezza. E il servizio per la radio. Però vorrei fare alcune precisazioni, in ordine crescente di importanza.

Agli studenti della riforma Gelmini dell’Università non gliene frega niente. Non sanno cosa sia né se ne preoccupano. Il nemico prestabilito è il ministro dell’istruzione di questo governo, e il capo dello stesso. Non è credibile che gli alunni di ginnasi, licei e superiori varie, scendano in piazza per difendere rivendicazioni che sono di ricercatori, professori e baroni universitari vari. Scendono in piazza per protestare. Punto. Contro cosa non importa. Protestano, perché giovani, perché incazzati, perché studenti. Occhio e croce, in molti non avevano mai visto Roma, e qualcuno in più non era mai stato ad una manifestazione.

E si vedeva. In piazza non erano soli. C’erano anche sindacati, bandiere nero-verdi dell’Aquila, giovani comunisti, vecchi comunisti. I cortei avevano anche dei cordoni e dei servizi d’ordine. Ma non siamo più negli anni 60 e 70, dove un partito o un sindacato organizzavano una manifestazione e poi avevano la capacità di gestirla. Dopo le 13 dei servizi d’ordine non ce ne era più nemmeno l’ombra. Sul lungotevere, poco prima che si dessero alle fiamme due auto di grossa cilindrata, ho incrociato 5 cinquantenni con le bandiere di Rifondazione, paciosi come se uscissero da una Festa dell’Unità e molti studenti medi spaesati come nel paese delle meraviglie. A fare i cordoni rimaneva qualche gruppetto di universitari che in quanto a esperienza di piazza dovrebbero prendere qualche lezione, e se non si fidano di un prezzo di fiducia possono sempre farselo raccontare da genitori, gli stessi che gli pagano gli studi universitari. L’episodio più colorito è stato però ad appannaggio della delegazione dei Verdi. Li ho visti su Corso Vittorio, poco dopo l’annuncio della fiducia ottenuta dal governo Berlusconi alla Camera e le prime vetrine di banche spaccate. Li ho visti con le loro bandiere verde speranza svoltare in un vicolo. Magari hanno fatto un gesto politico, dico io: “Ci sono gli scontri, noi, I Verdi, ce ne andiamo”. Coerente diremmo noi. Ma poi li ho visti rientrare nel corteo cento metri più avanti, con un bel panino verde in una mano e lo stendardo, sempre verde, nell’altra.  

Oggi avrò visto centinaia e centinaia di ragazzi con i caschi e le bandane. Ho intravisto decine di mani che infilavano bulloni nelle felpe. Un ragazza piuttosto esile e mingherlina al mio fianco a piazzale Flaminio ha provato a divellere qualche sampietrino. Aveva una faccia angelica e nemmeno vent’anni.
Dieci anni fa a Genova, nel fuggi fuggi generale, mi ritrovai a cercare qualcosa con cui difendermi. Nemmeno cento metri e un vecchio e panzuto omaccione mi ferma, e senza troppi giri di parole, mi manda via, senza più niente fra le mani.
Oggi un ragazzo che di universitario non aveva davvero nulla se non la certezza di diventarlo nel giro di qualche mese, ha percorso tutto il tratto da piazzale Flaminio fino a via Veneto con un innocente tubo in mano e il casco in testa. Della serie, glielo spiego io che ora è meglio se lo butta quel ferruginoso arnese, che oltre a fare fatica a portarlo, a sporcarsi le mani, rischia pure che se lo vedono lo usano per un nuovo esperimento stile dottor Mengele.
Un ragazza è riuscita a percorrere da un lato all’altro Piazza del Popolo con un sasso in mano nemmeno fosse stata un teodoforo. O fungeva da rifornimento di armi o lo avrebbe potuto tirare per schiacciare il topo che gli sarebbe passato a non più di 50 centimetri dai piedi. Oltre non sarebbe mai potuta andare, a meno che non avesse avuto un argano montabile pronto uso nello zaino

Non c’era nulla di organizzato. C’erano centinaia di individui, che, individualmente, hanno scelto la forma violenta di protesta. E non parliamo di Black Block, perché negozi, benzinai, macchine di grossa cilindrata, capitalistiche smart, e altri consueti obiettivi ne sono stati incrociati diversi lungo il percorso. Io li ho visti quelli che dovrebbero essere, nel lessico comune, i Black Block. E oggi non c’erano.
Organizzati saranno stati quella trentina di ragazzi che al grido di duce duce, aggredivano senza criterio qualunque cosa gli si apprestasse vicino all’altezza di ponte duca d’Aosta, e che si sono riforniti di mazze e bastoni da un furgoncino all’altezza di Piazza Navona. Gli stessi visti da Curzio Maltese e dagli inviati di Radio Popolare, oltre che, naturalemente, dai ragazzi che ne hanno subito le percosse, se ne hanno avuto l’occasione, di vederli; sul fatto che li abbiano sentiti non c’è dubbio.

Dell’organizzazione delle forze dell’ordine vogliamo parlarne? 45 minuti per liberare Piazza del Popolo e altrettanti per uscirne, entrando a Piazzale Flaminio, sono dei tempi biblici. In situazioni da guerriglia urbana sono sufficienti a prendere possesso di un intero quartiere. Qualcuno dirà che è la strategia suggerita dal fantasma del picconatore: lasciar sfogare le manifestazioni violente per poi reprimerle ancor più duramente. Io credo invece che in questura non si aspettassero centinaia e centinaia di giovani pronti e determinati ad affrontare quella situazione. Voi ve lo aspettavate? Questo perché non ci sono stati gruppi, assemblee o movimenti organizzati.

Io ho visto centinaia di giovani esasperati, sorretti da altre migliaia alle loro spalle, che, in totale autonomia, hanno deciso di essere pronti a tutto, anche allo scontro, Ho visto una moltitudine determinata occupare Piazza del Popolo incurante del fitto lancio di lacrimogeni. Ho visto un fronte unito di persone, da un lato all’altro della piazza, unite ad affrontare i tafferugli. Ho visto che i manifestanti non si sono dispersi alla prima carica. Ho visto che il corteo non si è dissolto al primo lacrimogeno.

Qui è in gioco la fiducia, ma non è quella del governo. Ovviamente. Quella non l’ho vista. Ovviamente. Era dentro Montecitorio. Ovviamente.

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