domenica 12 giugno 2011

REFERENDUM SULL'ACQUA: LE 10 BUGIE


1 - Non è vero che è solo sull’acqua oggetto del referendum, ma non si ha il coraggio di dirlo: trasporti pubblici, rifiuti, asili ed altro. Tutti i servizi comunali sarebbero esentati dall’obbligo di gara. E questo obbligo significa solo cercare di ridurre i costi di produzione del servizio, a beneficio degli utenti, o dei contribuenti se i servizi sono sussidiati.

2 - Non è vero che le gare comportano la privatizzazione dei servizi locali: le gare sono periodiche, e il capitale (reti ecc.) rimane pubblico. La periodicità delle gare rende il vincitore, pubblico o privato, molto più attento a rispettare il contratto, e rende meno facile la collusione con l’amministrazione appaltante.

3 - Non è vero che il referendum riguarda la socialità dei servizi, anzi: più costa produrli, meno sarà possibile erogarli a prezzi bassi. Oggi i costi di produzione dei servizi in Italia sono molto alti, soprattutto per “voto di scambio” con gli addetti. Se si vuole mantenere un buon livello di socialità nel sistema, cioè tariffe basse, occorre ridurre drasticamente quei costi. D’altra parte, affidare un servizio ad un privato non ne preclude la missione sociale: il concedente (pubblico) può richiedere che il concessionario(pubblico, privato o misto) produca servizi perfino gratuiti per il cittadino, naturalmente definendo il livello di servizio e pagando un corrispettivo adeguato.


4 - La gestione pubblica attuale, che si vorrebbe mantenere intatta col referendum, ha prodotto unavoragine che qualcuno comunque dovrà pagare. Questo spesso vale per il servizio idrico in particolare, per il quale non si sono fatti né manutenzione né investimenti: un terzo dell’acqua viene perduta per questo motivo. O dovranno pagare gli utenti con tariffe più alte, o i contribuenti con tasse più alte, ma bisogna dirlo.


5 - Se si sussidia un servizio, occorrerà rinunciare ad altri. Una alternativa è ovviamente rinunciare ad altri servizi, se si vuole sussidiare l’acqua. O alzare le tariffe altrove: per esempio, i trasporti pubblici italiani hanno le tariffe più basse d’Europa. Ma bisogna dirlo.

6 - Le gare possono essere truccate da amministrazioni incapaci o corrotte: immaginiamoci cosa faranno senza gare che servono almeno a evidenziare le inefficienze e i costi veri. Le imprese possono anche essere colluse per alterare le gare: questo vale sempre, ma l’Antitrust si è dimostrata efficace. Al più, la concorrenza deve essere rafforzata, non eliminata!

7- Il capitale per investimenti costa comunque alle amministrazioni pubbliche: si può far finta di no, e farlo pagare ai contribuenti, ma è un imbroglio populista. Tutti gli investimenti pubblici sono fatti attraverso l’indebitamento, e quindi pagando costi di capitale. Ci sono tecniche per determinare il corretto costo del capitale da riconoscere (“l’equo profitto”). La conseguenza è che senza una retribuzione minima del capitale le banche non  presteranno soldi né a pubblici né a privati, e gli investimenti si bloccano.

8 - Le tariffe per l’acqua oggi sono bassissime perché non si fanno le manutenzioni e gli investimenti (60 miliardi di buco), per ragioni di consenso elettorale. La produzione del servizio idrico costa in realtà molto cara: se si vuole sussidiarla, cioè farla pagare ai contribuenti e non agli utenti, occorre alzare le tasse o fare rinunce in altri settori.

9 - Se una gestione pubblica ha costi di produzione più bassi, a parità di servizio e di manutenzione, di una privata, vincerà la gara. In quel caso, tutto rimane come prima perché la situazione non è migliorabile. Non voler fare le gare (come è emerso nel settore dei trasporti in questi anni), è solo indizio di malafede e di volontà di continuare pratiche di sottogoverno.

10- L’acqua è un bene pubblico, esattamente come molti altri servizi indispensabili, ma bisogna decidere democraticamente, e caso per caso, le priorità sociali. Queste priorità possono essere molto differenziate tra area e area, e anche in funzione di orientamenti politici diversi (perché sussidiare l’acqua a case di vacanza? Perché sussidiare i ricchi? Perché non le case popolari?). Perché nessuno si scandalizza se già oggi viene remunerato il capitale investito nelle reti elettriche e di distribuzione del gas? Sono meno essenziali? Certo la normativa in discussione ha dei difetti (il 7 per cento di costo di capitale dovrebbe essere più flessibile, e l’autorità più indipendente), ma tornare a un passato indifendibile per chissà quanto tempo appare suicida. Per concludere: qualcuno ricorda lo slogan berlusconiano “meno tasse e più pensioni”? Chi non sarebbe d’accordo? Lo spirito dell’attuale referendum sembra davvero molto affine a quello slogan.

articolo di Marco Ponti
Professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano

giovedì 9 giugno 2011

VOTO DI SCAMBIO. PER UN PANINO


E chi l’avrebbe mai detto. Una volta uno andava a votare per un’ideale, per un principio, insomma per cose alte e belle, oggi invece si va a votare per un panino. O per lo sconto su un Mojito.  Eh sì, è questa la nuova mania del popolo della sinistra: coinvolgere una serie di locali e negozi e offrire sconti e omaggi ai clienti che si presenteranno con la tessera elettorale timbrata, in modo da dimostrare di aver votato ai referendum. Temi come il nucleare e come l’acqua ridotti ad un mercimonio per un panino con il prosciutto.

Ovviamente gli organizzatori, senza troppo coraggio, tendono a non politicizzare l’iniziativa affermando che lo sconto sarà per tutti i clienti che andranno a votare indipendentemente dal sì o dal no… certo, anche perché non sarebbe dimostrabile, ma è anche vero che chi andrà a votare lo farà per votare al 95% per i sì.

Ma facciamo il solito giochino, qualcosa del tipo: “Votate e avrete lo sconto del 10% a Mediaset Premium”. Come minimo avrebbero arrestato Fedele Confalonieri, e i giudici con una ordinanza avrebbero obbligato tutti gli italiani a buttare i decoder del digitale terrestre. Quelli di Sky poi sarebbero scesi in piazza al grido “anche noi offriamo lo sconto”, e Santoro per protesta sarebbe pure rimasto in Rai. Vabbè, si scherza. Ma fino ad un certo punto.

Andate  pure a votare per un panino. Fatevelo fare ben ripieno. E poi pretendete il Mojito con lo sconto di 1 euro. Tanta roba. Tante cose. Fatevi comandare così, questo è il vostro valore: un panino al sapore di ideologia e informazione distorta. 

Su 4 quesiti, 4 informazioni sbagliate: le norme sul nucleare non ci sono più; il legittimo impedimento è stato rigettato dalla Corte Costituzionale per cui non cambia nulla se vince il SI o il NO (è sempre il giudice a stabilire se l'impedimento è legittimo o no); la possibilità per i privati di partecipare agli appalti della gestione del servizio idrico con una remunerazione del 7% fu proposta e varata dall'allora Ministro Di Pietro, si adegua ad un regolamento europeo e si basa sul principio della libera concorrenza: il cibo non lo pagate? sbaglio o è un bene primario anche quello. Ve lo ricordate come erano le poste, l'acea o i servizi di trasporto cittadini prima che fossero liberalizzati? Bene a voi piace così, "felicità, un bicchiere di vino (o mojito), con un panino. Felicità"...

sabato 16 aprile 2011

VITTORIO ARRIGONI A RADIOMERIDIANO12 - 18 febbraio 2009

All'inizio volevo tenere questa intervista solo per me, ma poi ho pensato che ci sarebbe stato meno egoismo nel pubblicarla. 
La gelosa conservazione sarebbe servita solo al mio ego, a corroborare la viziosa idea che non ne avrei strumentalizzato la vicenda, ad una pretenziosa differenziazione di me stesso dagli altri, perchè io sono diverso, io qui, io lì....
E invece tutto era pubblico per Vittorio "Utopia" Arrigoni, e non vedo perchè non lo debba essere adesso.
Nel riproporre la mia prima conduzione radiofonica non c'è autocelebrazione: lui era disponibile con tutti e rilasciava decine di corrispondenze ogni giorno; non c'è stata nessuna bravura, nè nel contattarlo, nè nella conduzione.
Mi sembra solo doveroso poter celebrare la storia di un uomo, che al di là delle sue idee giuste o sbagliate, ha fatto della purezza d'ideali la sua arma più grande, in vita e in morte

"Ciò che facciamo in vita, rieccheggia per l'eternità"

http://www.youtube.com/watch?v=cnAB0royYc0

In redazione Federica Spognetta, Fabio Ferri; alla parte tecnica Paolo Cobre, alla conduzione Massimo Pittarello e Valeria Berdini.
La prima domanda è sulla visita della delegazione del Parlamento Europeo,
la seconda sulle intimidazione e gli spari con le armi da fuoco da parte dell'esercito israeliano anche al di là del confine.
Nella parte conclusiva chiedo a Vittorio se Hamas fosse in grado di controllare effettivamente il territorio della Striscia di Gaza, e quindi anche i lanci dei missili Kassam sulle città di Askelon e Sderot, motivo ufficiale che ha scatenato l'operazione "Piombo Fuso"





sabato 9 aprile 2011

IN NOME DEL PAPA RE


Storia e religione, fedeltà e tradimento, istituzioni e rivoluzione, famiglia e amicizia. Nello spettacolo “In nome del Papa Re” c’è un intreccio raffinato di questi e molti altri temi.
La Roma papalina è sull’orlo del baratro, non perché Garibaldi arrivi a portare la fine, ma perchè il potere temporale degli ecclesiastici sta finendo.
Un monsignore, con il passare del tempo un prete, alla fine dei suoi giorni un padre, è il personaggio principale di questa commedia di Luigi Magni, interpretato magistralmente da Antonello Avallone, che ne cura anche l’adattamento teatrale. Amico e spalla di Monsignor Colombo è il perpetuo Serafino. (Sergio Fiorentino, o, se preferite, il brigadiere Cacciapuoti).
In questa piece i temi universali vengono aggrediti frontalmente dal sarcasmo fatalista che questi due attori mettono sul palco nei loro ruoli. Due personaggi il cui profilo caratteriale è la parabola del momento storico che stanno vivendo, due figure che rappresentano il paradigma essenziale della vita nella sua più recondita essenza,
E se anche un rivoluzionario, un giovane del suo tempo, figlio illegittimo di un furtivo amplesso fra chiesa e nobiltà perde la vita ricalcando la più classica delle eterogenesi dei fini, - ucciso non in battaglia, ma in una imboscata innanzi all’uscio di casa dal marito pedofilo e pederasta della madre, la quale, per proteggerlo, lo spaccia come amante per anni -, la verità è che “li ribelli moreno sempre a vent’anni, anche quando nun moreno”.
Avallone e Fiorentini sono due colonne del porticato scenico dove sguazzano gli altri attori, che provano a fare il loro, forse con l’ambizione di poterli imitare. Ma Roma è eterna, il Papa è uno, e di attori ontologicamente definibili come tali, che ci fanno ridere anche nella tragedia, ne nascono pochi; poco male, perché pure gli altri, a volte, fanno ridere, ma involontariamente.
Al Teatro Roma, la tragicommedia si palesa anche in platea.

giovedì 10 marzo 2011

L'esercito del Nord


L’ultima volta che sono stato sulla Dolomiti in settimana bianca è stato due anni fa. Si perché a quei tempi c’erano i soldi, la gioventù, donne giovani e prelibate e un po’ di rock and roll.
Ricordo una neve ottima e il cielo terso, come ricordo vivamente anche un simpatico giovanotto con i simboli degli alpini che scendeva con molte difficoltà in un imbarazzante stile spazzaneve nella parte più morbida della discesa. 
Faceva compagnia ad un altro commilitone che camminava appena fuori pista, mentre si inoltrava velocità moviola per qualche metro nel boschetto, dove, dalla rabbia di non riuscire a sciare, aveva lanciato con stizza la racchetta.
I suoi sci erano abbandonati a bordo pista.
Bhè, pensai.. questo si che è l’orgoglio del nord!
E in effetti la Lega Nord, con il ruggente onorevole maratoneta Davide Caparini, mi ha risposto,ovviamente non solo a me: “Non è possibile che nel corpo degli alpini ci siano così tanti meridionali; è naturale che chi sia nato sui monti abbia un attitudine maggiore a stare sulle montagne”.
Aaahh giusto. E mi torna in mente l’alpino che scende la montagna a spazzaneve.
Quindi lo scopo dichiarato è fare degli alpini un corpo militare composto principalmente da militari provenienti dal Cispadano.
Però mi viene in mente anche Bossi che dice: “il nord prenderà i fucili”
E anzi le testuali parole di ieri del Senatùr: «Chiesti aiuti a Gheddafi per Padania libera? Noi le armi le abbiamo»
Forse si, o forse no. Fatto sta che caratterizzare il corpo degli alpini aumentando i militari provenienti dalle regioni del Nord abbia una funzione fondamentale che a tutti quanti sembra essere sfuggita. Il razzismo non c'entra nulla. Davvero, non diciamo stronzate.
Il fatto è che iniziare a costruire una parte delle forze armate secondo una precisa connotazione geografica diventa, per traslazione, una imponente azione politica a lungo termine.
Non dico che la Lega vuole l’esercito con cui marciare su Roma; dico che nel tempo potrebbe arriavare a poter gestire un "arma militare" in grado di essere un utile strumento di pressione sulla politica nazionale.
Siamo lieti di annunciarvi che è in arrivo "la milizia padana del senatùr".
Oh, sempre che non nevichi..

venerdì 11 febbraio 2011

Ninetto Davoli

Viene da una borgata, quella Gordiani, che come tante non esiste più. Come non esiste più la sua Roma, il suo cinema, ed è scomparso anche il suo maestro. Pasolini lo scelse dal nulla, perché Ninetto era ed è spirito gagliardo e inquieto; prototipo capitolino dal sorriso sornione, rappresentante per antonomasia lo spirito malinconico e indomabile di borgatare dinastie di romanità. E' un pezzo di storia, non solo di quella del cinema.

Ninetto Davoli ha sempre detto che la sua vita è divisa in due parti, separate dalla morte di Pier Paolo Pasolini, il 2 novembre 1975. Cosa è rimasto del grande intellettuale nella cultura italiana di oggi in generale, e nel cinema in particolare?
Ma guarda potrebbero anche esserci dei registi che ti lasciano pensare a Pier Paolo e che potrebbero fare delle buone cose, ma non è questo il problema. Il problema è che purtroppo oggi si vive un era completamente diversa da quando morì Pier Paolo. Sono cambiate talmente tante cose da allora che quell’espressione sulla vita e su quello che Pasolini raccontava, sarebbe oggi impossibile da raccontare. La vita di oggi… mah che vuoi raccontare, quello che racconti è brutto. Invece quello che raccontava Pier Paolo in Uccellacci Uccellini, in Mamma Roma, nella Ricotta, in Accattone era una espressione della vita attuale di allora, che era da raccontare, perché era il periodo dopo la guerra, quando l’Italia si stava costruendo, ma con molta lentezza, prima che fosse arrivato il cosiddetto consumismo, e da raccontare c’era. Oggi è diverso, e io penso che anche Pasolini avrebbe avuto difficoltà a raccontare la realtà di oggi. E infatti lui nel 1975, quando morì, con l’ultimo film che ha fatto, e cioè Salò, che è il massimo della vergogna nazista, una catastrofe che è la fine del cinema, la fine di tutto, la fine del cinema di Pier Paolo. Dopo la cosiddetta trilogia (Racconti di Canterbury, Decamerone, Le Mille e una Notte ndr) con Salò Pasolini ha chiuso il ciclo del suo cinema

Ora stai per andare in scena con l’Albergo Rosso, spettacolo teatrale che racconta la storia di una famiglia cacciata da Spina di Borgo (per la costruzione di Via della Conciliazione per celebrare i Patti Lateranensi ndr) e spostata alla Garbatella. Una città che non esiste più?
In questo racconto, che presentiamo al Teatro Roma (dove siamo adesso ndr, qualche minuto prima di andare in scena) c’è una storia della vecchia Roma, che è un racconto del 1936 ed è un racconto di verità. Una storia drammatica di questa famiglia che viene spazzata via dalla propria casa, da proprio quartiere, ma senza eccessiva rappresentazione e la violenza non c’è, e se c’è è solo per necessità, perché le persone vivono un momento drammatico nel perdere la propria casa e la propria bottega, con tutti i loro averi. Ma questa storia tragica che mettiamo in scena è una immagine vera ed autentica che rappresenta uno spirito di Roma che non c’è più.

Hai recitato delle parti anche in Romanzo Criminale, sia nel film che nella serie. Se si va in giro per i quartieri di Roma oggi ci sono dei bambini che giocano fingendosi a turno il Freddo, il Libano, il Dandy. Romanzo Criminale è diventato un cult. E’ ancora una espressione di romanità, un racconto della Roma dei romani, o è altro?
Ma guarda io ho fatto sia il film sia la serie, con personaggi di discreto successo, soprattutto Gerardo il Barbaro. Però i ragazzi, i ragazzini di oggi che imitano quei personaggi lì, non li imitano per i personaggi o per quello che rappresentavano, o perché testimoni di quella vecchia Roma. I ragazzi li imitano per quello che facevano; la romanità non c’entra nulla. I racconti sulla romanità  hanno solo alcune punte di violenza, che a Roma non è mai gratuita, ma solo se necessaria. Romanzo Criminale è solo una parte romanzata della città che riguarda una banda di una violenza inaudita, e il cult e le imitazioni sono dovute più alle azioni dei protagonisti che al loro modo di comportarsi. Faccio un esempio: quando ho conosciuto Pier Paolo Pasolini, io avevo 16 anni e lui era una persona grande che mi ha presentato mio fratello, io non sapevo manco chi fosse: lui mi ha guarda e mi fatto una carezza in testa e io ero mezzo intimidito. Se tu oggi fai una cosa così oggi, se fai na scapezza la reazione che ti arriva è... “ A lì morta’…..   A fijo….. a pezzo de….. a fro…..”

A proposito dei rapporti personali con Pier Paolo Pasolini, da più parti si dice che oltre alla relazione professionale ce ne sia stata anche una personale, fino alla sua morte.
In che senso? Chi lo ha detto?

Su più fonti c’è scritto proprio “relazione stabile” fra due persone. Per esempio c’è un libro scritto da Laura Laurenzi, dal titolo Liberi di amare. Le grandi passioni omosessuali del˜900, che racconta la relazione fra te e Pasolini.
Guarda no, no, no. Non c’è stato nulla se non un grande rapporto di grande stima e affetto. Io a Pasolini gli devo dire grazie non una, ma centocinquanta mila volte..

Ma rapporti intimi niente?
Senti, Pasolini è la persona a cui più ho voluto bene al mondo, ma nessun rapporto omosessuale. Il fatto è che la gente è ignorante e non sa un ca….o”. Poi adesso se ne escono così, perché ai tempi non ci dovevano provare. Quando ero pischello, andavo in palestra, e se qualcuno diceva anche solo due parole sbagliate su Pasolini l’attaccavo al muro, non ci pensavo un secondo. Poi lui mi diceva di non farlo, anche perché lui le persone le metteva a posto con le parole. Le faceva diventare piccole piccole..

Pasolini molte volte si è scagliato contro il perbenismo e il moralismo della piccola e media borghesia. Il 13 febbraio si svolgerà una manifestazione “per la dignità delle donne contro Berlusconi”. Cosa ne pensi?
Ma oggi le persone, soprattutto le donne, devono per forza arrivare un traguardo. Perché ci sono le televisioni, lo spettacolo, le radio, i giornali e tutto il resto e molte ragazze si fanno affascinare da questo ambiente qui. Molte si lasciano influenzare da questo mondo, che… vogliamo chiamare artistico?? (e un sorriso compare sul volto di Ninetto..) attrae tante ragazze che farebbero qualsiasi cosa pur di arrivare a….
Io però credo che l’essere umano femminile abbia una tendenza innata ad essere donna, nel senso totale del termine, di esprimersi con femminilità, ed essere oggetto di bellezza estetica, e che lavori per esserlo significato più pieno del termine; questa è una cosa bellissima, purché lo faccia in una certa maniera.
E devo dirti che tante oggi che tante donne non lo fanno con quella carineria da femmine, con quello stile.. A me piace  molto la femminilità, la donna quando è donna. Purtroppo però oggi in molte eccedono, lo fanno con altre espressioni, diciamo escort, anzi no.. a Roma ancora mignotte.. E purtroppo parecchie donne oggi arrivano a comportarsi in una maniera che a me non piace, ma resta il fatto che sono problemi loro, problemi dei singoli, e che non possiamo giudicare.

Quando morì Pasolini tu facesti il riconoscimento del cadavere. Al di là della vendetta politica, di cui Pino Pelosi si assunse fino al 2005 tutte le responsabilità, sono state fatte tante ipotesi. Dal fatto che fosse stato ucciso perché nel romanzo Petrolio che stava scrivendo raccontava della lotta fra Eni e Montedison (tesi di Ruffini e Maccioni), sia perché alcuni malavitosi lo ricattavano per impedire la pubblicazione del film Salò e le 120 giornate di Sodoma(tesi di Sergio Citti)
Ti fermo subito. Sono tutte stronzate. Scrivi proprio così, tutte stronzate!! Non è vero niente. Poi finiamo di parlare della morte di Pier Paolo che è una cosa che mi intristisce e mi fa ribrezzo.
Comunque sia si sono appigliati a Petrolio, ma non hanno detto che quello era solo un libro, degli appunti per un film che voleva fare; no niente di tutto questo. No, tutte cose negative, come il fatto di Salò, di ragazzi che fanno le orge e tutto il resto. Questa è ignoranza e stupidità, e in Italia ce ne è molta.

Sta per uscire il tuo nuovo film “Tutti al mare”. Si dice sia il seguito di “Casotto”.
 “Tutti al mare” è un film con la regia di Matteo Cerami, che i giornali paragonano al seguito di Casotto, che fu scritto dal padre di Matteo, ma diretto da Sergio Citti. Questo è scritto da Cerami padre e diretto dal figlio, ma non è il seguito, anche se può farti pensare a Casotto, perché si svolge al mare, il ristorante al mare, il chiosco al mare, dove succedono tante cose, tutte al mare…. Ma non c’entra nulla col Casotto, dove c’erano tanti personaggi. E’ una storia divertente, speriamo come Casotto..

In Casotto tu facevi il “guardone”…
Nooo.. vedi tu distruggi i personaggi. In Casotto il mio personaggio non era il guardone, era quello che apre il Casotto, quello che mette l’occhio, che guarda, che sarebbe la telecamera, l’occhio del pubblico che entra dentro al Casotto.

Comunque in quel film c’erano tantissimi attori importanti, e poi nella tua carriera hai lavorato davvero con tutti. Chi ti ricordi di più?
Ma ho lavorato con Tognazzi, Michele Placido, Gassman, Totò, Cathrine Deneuve e chissà quanti altri che ora non ricordo, ed è difficile dirlo…

Con qualcuno ti sarai trovato meglio?
Forse quello con cui ho trovato più affinità, che mi ci ritrovo per spirito romanesco, è Gigi Proietti. Quando insieme abbiamo fatto l’Avvocato Porta, fra me e lui c’era un intesa di romanità, nel dialogo, nelle battute, che a volta nemmeno servivano perché andavamo a braccio, ci capivamo al volo. Non posso essere invidioso, non è questione di bravura, perché ho lavorato con tutti e mi sono divertito con tutti, mi ricordo le emozioni che ho provato con Gassman, che mi diceva “A Ninè non rompe co’ sta storia che sei emozionato”, ma anche con Terence Stamp, con Silvana Mangano, con Totò, con Tognazzi, con Rita Valli, però dai, per spirito di romanità mi sono trovato meglio con Gigi Proietti.

Tornando all’attualità, fra i registi hai lavorato con Michele Placido, Stefano Sollima, Marco Martani, Eugenio Cappuccio… Fra gli italiani
Ma io ho sempre selezionato le cose, perché mi devono divertire le cose, sennò questo lavoro è inutile se non ti diverti. Io tre anni fa ho fatto “Uno su Due” di Eugenio Cappuccio, con Fabio Volo, dove sono stato premiato come miglior attore al Festival di Roma e dove mi sono divertito tantissimo, perché ho fatto un personaggio un po’ diverso dal solito di Ninetto. Con Martani nterpretavo lo sfasciacarrozze, che potrebbe essere nel filo più tradizionale per il mio stile, anzi sono proprio io. In Romanzo Criminale ho fatto un personaggio serio, un galeotto, quando invece ho sempre fatto il Ninetto furbetto, paraculo. E’ un po’ diverso, come anche le parti che mi danno ultimamente che mi danno ruoli diversi, sarà che ormai ho messo i capelli bianchi, un Ninetto con la tesata sulla spalle. Ho fatto anche il nonno su un Medico in Famiglia con Lino Banfi, che poi sono nonno da un anno e due mesi, figurati che meraviglia.

Se dovessi scegliere un quartiere di Roma?
Guarda io sono a Cinecittà, e ci sto benissimo, mi piace molto, perché un quartiere popolare, dove si sente il profumo della periferia, dove ci sono anche gli artigiani, anche se purtroppo stanno scomparendo. E’ un quartiere che mi piace molto. “Me piace n’sacco”.. come dicono a Parigi.. E ora devo scappare, sennò non vado in scena.

martedì 8 febbraio 2011

Un irlandese a Roma


Mentre mi avviavo verso il capolinea vedo partire l’autobus. Sono corso alla fermata successiva e sono salito al volo. Mi siedo sugli ultimi sedili in fondo e aspetto che il polmone malborato si riprenda.
Ovviamente non avevo il biglietto; vero come un’arringa di Ghedini che altrimenti l’avrei certamente comprato, ma questa volta ero materialmente impossibilitato. “Mister, ho preso l’autobus al volo…”
Comunque sia, mi siedo in fondo e apro il mio libro con copertina gialla e vistosa intestazione nera recitante “Irvine Welsh”.
Sarà stata quella scritta cubitale anglosassone ad ingannare il controllore Atac, appena salito dalle porte posteriori, mentre altri due suoi colleghi entravano rispettivamente da quella centrale e da quella anteriore. Sarà perché non mi chiede subito il biglietto che all’inizio spero sia la solita comitiva di autoferrotranviari che ritorna al deposito dopo il turno di lavoro. Invece il ragazzetto romano vestito di onorabile divisa Atac e Ray-Ban d’ordinanza è proprio lì per fottermi. Gia vedo la mia mano impugnare la penna e firmare un verbale.
Comunque sia i suoi vetri a specchio si rivolgono al controllo dell’obliteratrice. Funziona, questa volta la cazzo di obliteratrice di biglietti funziona. Sono fottuto.
“Che fare che fare che fare??”…
L’edizione corposa del volume che sto leggendo mi nasconde come la terra nasconde un struzzo. Ma è quella scritta gigante da autore scozzese dalla parte opposta del libro che mi aiuta. L’omino vestito Atac e ray-ban mi guarda, apre bocca e non parla. Comincio a pensare che mi abbia scambiato per straniero..
Poi lo sento che si rivolge a me in inglese:
-         “Hello!!”
Qui qualcosa non quadra. Ah si certo, i miei capelli rosso irlandese.
-         “Ticket pliise?”
-         “……………………….…” – e mentre la mia bocca tace, i miei occhi sono basiti, in testa una lampadina mi si accende -
-         “Ticket pliise?” Ribadisce il controllore in uno stentatissimo inglese, esibendo il tesserino di riconoscimento.
L’occasione era unica, il mio accento british ancora abbastanza oliato e la mia faccia deretanica impaziente a manifestarsi.
-         “Well, I ain’t italian, I didn’t know the ticket wasn’t available directly on the bus, sorry, so, can I buy it know??” E’ solo l’incipt del profluvio di fonetici anglicismi che gli vomito addosso come i vostri succhi gastrici dopo una copiosa abbuffata di vino scadente e montenegro.
-         “No. No possibol. No ticket on bas” Mi sorprende con eccellente eloquio prolisso l’omino in divisa. – “Passport pliise! –
-         “Unfortunately I didn’t take the ID with me, I left it on the hotel, the concierge asked at the arrival but then I forgot it..  e bla bla bla… ”. Certo era buona tanto quel vinaccio, dato che qui sproloquio per alcuni minuti.
Implacabilmente ligio al suo dovere il tutore della legalità della municipalizzata dei trasporti pubblici incalza – “No Passport? Com wit mi”. Si gira visibilmente alterato verso gli altri due controllori e gli dice “Poi semo noi a fa l’incivili, guarda st’inglese che sta senza bijetto...”
Le mie doti di Dubliner sono in via di esaurimento. Gli altri due stanno ancora controllando i passeggeri al centro della vettura. La questione qui ha un’unica soluzione.
-         “Senti ci’, nun so’ straniero, so’ de Roma, er bijetto nu ce l’ho, er documento nemmeno, ma si me porti in questura e raccontamo ‘sta storia sai che zimbello diventi??”
Le porte dell’autobus si aprono in quel momento.
-         La sua bocca si spalanca ma riesce a pronunciare solo tre parole, anche se in perfetto italiano, devo ammetterlo: “Dai scendi. Sparisci”
Mentre mi allontano sulla mia faccia da irlandese compare un lieve sorriso al sapore di nemesi. Dopo anni di pubertà sofferta, mi compiaccio oltremodo che stavolta sia stato qualcun altro a doversi sentire imbarazzato per il colore dei miei capelli.

venerdì 14 gennaio 2011

Miele Millefiori per quei beati che ancora Mirano i fiori

Mi piacciono i sindacati. Sono dei carinissimi oggetti di antiquariato. Ogni tanto li puoi ancora usare, e magari trovare la comodità incastrandoci il tuo pigro deretano come faresti in quei bei divanetti dei decenni passati.
Non so quali mi piacciono di più. Forse le organizzazioni dei lavoratori che nell’Atac indicono gli scioperi solo i prefestivi venerdì, giusto per allungare il weekend, tempo necessario per andare a festeggiare con Alemanno e la cricca di parentopoli l’assegnazione dei posti nella municipalizzata.
Forse il sindacato del pubblico impiego, che interrompe i concerti al Pantheon? Mi piacciono, i sindacati del pubblico impiego perché, pur di guadagnare una tessera in più, pur di non scontentare nessuno, per decenni hanno impedito che fra i lavoratori statali venissero premiati i più bravi, i più meritevoli, creando un elefantiaca macchina burocratica dove se vuoi addirittura lavorare sei solo un rompicoglioni.
Perché lavorare, tanto nessun premio e nessuna condanna. D’altra parte, non esiste nessun bravo politico che non abbia una buona riserva di posti da assegnare nel pubblico impiego, magari a capifamiglia di numerosi domestici focolari, in modo da moltiplicare a tassi Malthussiani le schede con il proprio nome nelle urne elettorali.
Forse però il premio va a tutti gli oltranzisti difensori del lavoratori della vecchia Alitalia. Che alla fine, con il clientelismo, i pensionati a quarant’anni, i fornitori dotati di tanta amicizia ci sono costati il fallimento della compagnia di bandiera e tutte le conseguenze a livello economico e politico sulla nostra immagine e sulla nostra sostanza.
Ma stiamo a sindacare su una pausa di 10 minuti? Vogliamo farne una questione nazionale? Invocano la difesa dei diritti essenziali dei lavoratori. Io direi dei diritti sindacali dei soli metalmeccanici. Perché a chi non lo è, metalmeccanico et alii, non lo difenderà mai nessuno. In epoca di contratti a tempo, lavori a chiamata, prestazioni occasionali, retribuzioni a nero e partite iva, fra i lavoratori non è nemmeno possibile trovare il tempo necessario per costruire delle associazioni in grado di rivendicare pause di 10 minuti.
Si d’accordo, il lavoro in fabbrica non è facile, è pericoloso, negli anni maciulla il fisico. Sarà la pausa di 10 minuti a salvare l’incolumità degli operai di Mirafiori?
Il lavoro nelle linee Fiat è lo stesso che svolgono negli stabilimenti francesi e tedeschi, e lì, già da qualche anno l’organizzazione del lavoro è stata aggiornata a nuovi criteri. E in piedi, per delle ore, davanti ai fornelli ci stanno anche i ragazzi che lavorano a nero per 40 euro ogni sera nei risoranti, nei pub. Per 30 euro ci sono i ragazzi che vanno a volantinare. Commessi che vivono con contratti di apprendistato a 900euro per anni. Ma non parlate di ferie pagate, di malattie retribuite, di versamenti all’Inps, dell'isola che non c'è.
Stage, tirocini e anni di incertezza potrebbero probabilmente condurre a ipotizzare addirittura un lavoro dignitoso, semore che tu sia telentuoso e scaltro, mentre molto meno probabilmente porteranno ad una pensione e ad una condizione di lavoratore a tempo indeterminato.
Un operaio della Fiat una famiglia, un mutuo, una pensione può garantirsela. Busta paga, contributi e posto fisso. Tutti gli altri no. E perché devi difendere degli interessi parziali e di categoria in una logica di lotta di classe che non esiste più. Di una categoria che ha più diritti di te, e che ha comunque qualcuno che la difende, a differenza tua, giovane precario?
Ma quale sindacato? Quale sindacato ti proteggerà mai? Tu che hai 18-25-30 anni, ma anche 35, e non fai parte di una di quelle categorie vetero ideologiche quali operai, lavoratori nella municipalizzate dei servizi, nella scuola e nel pubblico impiego, perché devi difendere chi ha più diritti di te?
La bandiera comunista del sadomasochismo sventolava ancora alta sull'ufficio del Kgb.
Però mancano ancora poche ore ai risultati del referendum sull'accordo di Mirafiori