martedì 8 febbraio 2011

Un irlandese a Roma


Mentre mi avviavo verso il capolinea vedo partire l’autobus. Sono corso alla fermata successiva e sono salito al volo. Mi siedo sugli ultimi sedili in fondo e aspetto che il polmone malborato si riprenda.
Ovviamente non avevo il biglietto; vero come un’arringa di Ghedini che altrimenti l’avrei certamente comprato, ma questa volta ero materialmente impossibilitato. “Mister, ho preso l’autobus al volo…”
Comunque sia, mi siedo in fondo e apro il mio libro con copertina gialla e vistosa intestazione nera recitante “Irvine Welsh”.
Sarà stata quella scritta cubitale anglosassone ad ingannare il controllore Atac, appena salito dalle porte posteriori, mentre altri due suoi colleghi entravano rispettivamente da quella centrale e da quella anteriore. Sarà perché non mi chiede subito il biglietto che all’inizio spero sia la solita comitiva di autoferrotranviari che ritorna al deposito dopo il turno di lavoro. Invece il ragazzetto romano vestito di onorabile divisa Atac e Ray-Ban d’ordinanza è proprio lì per fottermi. Gia vedo la mia mano impugnare la penna e firmare un verbale.
Comunque sia i suoi vetri a specchio si rivolgono al controllo dell’obliteratrice. Funziona, questa volta la cazzo di obliteratrice di biglietti funziona. Sono fottuto.
“Che fare che fare che fare??”…
L’edizione corposa del volume che sto leggendo mi nasconde come la terra nasconde un struzzo. Ma è quella scritta gigante da autore scozzese dalla parte opposta del libro che mi aiuta. L’omino vestito Atac e ray-ban mi guarda, apre bocca e non parla. Comincio a pensare che mi abbia scambiato per straniero..
Poi lo sento che si rivolge a me in inglese:
-         “Hello!!”
Qui qualcosa non quadra. Ah si certo, i miei capelli rosso irlandese.
-         “Ticket pliise?”
-         “……………………….…” – e mentre la mia bocca tace, i miei occhi sono basiti, in testa una lampadina mi si accende -
-         “Ticket pliise?” Ribadisce il controllore in uno stentatissimo inglese, esibendo il tesserino di riconoscimento.
L’occasione era unica, il mio accento british ancora abbastanza oliato e la mia faccia deretanica impaziente a manifestarsi.
-         “Well, I ain’t italian, I didn’t know the ticket wasn’t available directly on the bus, sorry, so, can I buy it know??” E’ solo l’incipt del profluvio di fonetici anglicismi che gli vomito addosso come i vostri succhi gastrici dopo una copiosa abbuffata di vino scadente e montenegro.
-         “No. No possibol. No ticket on bas” Mi sorprende con eccellente eloquio prolisso l’omino in divisa. – “Passport pliise! –
-         “Unfortunately I didn’t take the ID with me, I left it on the hotel, the concierge asked at the arrival but then I forgot it..  e bla bla bla… ”. Certo era buona tanto quel vinaccio, dato che qui sproloquio per alcuni minuti.
Implacabilmente ligio al suo dovere il tutore della legalità della municipalizzata dei trasporti pubblici incalza – “No Passport? Com wit mi”. Si gira visibilmente alterato verso gli altri due controllori e gli dice “Poi semo noi a fa l’incivili, guarda st’inglese che sta senza bijetto...”
Le mie doti di Dubliner sono in via di esaurimento. Gli altri due stanno ancora controllando i passeggeri al centro della vettura. La questione qui ha un’unica soluzione.
-         “Senti ci’, nun so’ straniero, so’ de Roma, er bijetto nu ce l’ho, er documento nemmeno, ma si me porti in questura e raccontamo ‘sta storia sai che zimbello diventi??”
Le porte dell’autobus si aprono in quel momento.
-         La sua bocca si spalanca ma riesce a pronunciare solo tre parole, anche se in perfetto italiano, devo ammetterlo: “Dai scendi. Sparisci”
Mentre mi allontano sulla mia faccia da irlandese compare un lieve sorriso al sapore di nemesi. Dopo anni di pubertà sofferta, mi compiaccio oltremodo che stavolta sia stato qualcun altro a doversi sentire imbarazzato per il colore dei miei capelli.

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