domenica 12 giugno 2011

REFERENDUM SULL'ACQUA: LE 10 BUGIE


1 - Non è vero che è solo sull’acqua oggetto del referendum, ma non si ha il coraggio di dirlo: trasporti pubblici, rifiuti, asili ed altro. Tutti i servizi comunali sarebbero esentati dall’obbligo di gara. E questo obbligo significa solo cercare di ridurre i costi di produzione del servizio, a beneficio degli utenti, o dei contribuenti se i servizi sono sussidiati.

2 - Non è vero che le gare comportano la privatizzazione dei servizi locali: le gare sono periodiche, e il capitale (reti ecc.) rimane pubblico. La periodicità delle gare rende il vincitore, pubblico o privato, molto più attento a rispettare il contratto, e rende meno facile la collusione con l’amministrazione appaltante.

3 - Non è vero che il referendum riguarda la socialità dei servizi, anzi: più costa produrli, meno sarà possibile erogarli a prezzi bassi. Oggi i costi di produzione dei servizi in Italia sono molto alti, soprattutto per “voto di scambio” con gli addetti. Se si vuole mantenere un buon livello di socialità nel sistema, cioè tariffe basse, occorre ridurre drasticamente quei costi. D’altra parte, affidare un servizio ad un privato non ne preclude la missione sociale: il concedente (pubblico) può richiedere che il concessionario(pubblico, privato o misto) produca servizi perfino gratuiti per il cittadino, naturalmente definendo il livello di servizio e pagando un corrispettivo adeguato.


4 - La gestione pubblica attuale, che si vorrebbe mantenere intatta col referendum, ha prodotto unavoragine che qualcuno comunque dovrà pagare. Questo spesso vale per il servizio idrico in particolare, per il quale non si sono fatti né manutenzione né investimenti: un terzo dell’acqua viene perduta per questo motivo. O dovranno pagare gli utenti con tariffe più alte, o i contribuenti con tasse più alte, ma bisogna dirlo.


5 - Se si sussidia un servizio, occorrerà rinunciare ad altri. Una alternativa è ovviamente rinunciare ad altri servizi, se si vuole sussidiare l’acqua. O alzare le tariffe altrove: per esempio, i trasporti pubblici italiani hanno le tariffe più basse d’Europa. Ma bisogna dirlo.

6 - Le gare possono essere truccate da amministrazioni incapaci o corrotte: immaginiamoci cosa faranno senza gare che servono almeno a evidenziare le inefficienze e i costi veri. Le imprese possono anche essere colluse per alterare le gare: questo vale sempre, ma l’Antitrust si è dimostrata efficace. Al più, la concorrenza deve essere rafforzata, non eliminata!

7- Il capitale per investimenti costa comunque alle amministrazioni pubbliche: si può far finta di no, e farlo pagare ai contribuenti, ma è un imbroglio populista. Tutti gli investimenti pubblici sono fatti attraverso l’indebitamento, e quindi pagando costi di capitale. Ci sono tecniche per determinare il corretto costo del capitale da riconoscere (“l’equo profitto”). La conseguenza è che senza una retribuzione minima del capitale le banche non  presteranno soldi né a pubblici né a privati, e gli investimenti si bloccano.

8 - Le tariffe per l’acqua oggi sono bassissime perché non si fanno le manutenzioni e gli investimenti (60 miliardi di buco), per ragioni di consenso elettorale. La produzione del servizio idrico costa in realtà molto cara: se si vuole sussidiarla, cioè farla pagare ai contribuenti e non agli utenti, occorre alzare le tasse o fare rinunce in altri settori.

9 - Se una gestione pubblica ha costi di produzione più bassi, a parità di servizio e di manutenzione, di una privata, vincerà la gara. In quel caso, tutto rimane come prima perché la situazione non è migliorabile. Non voler fare le gare (come è emerso nel settore dei trasporti in questi anni), è solo indizio di malafede e di volontà di continuare pratiche di sottogoverno.

10- L’acqua è un bene pubblico, esattamente come molti altri servizi indispensabili, ma bisogna decidere democraticamente, e caso per caso, le priorità sociali. Queste priorità possono essere molto differenziate tra area e area, e anche in funzione di orientamenti politici diversi (perché sussidiare l’acqua a case di vacanza? Perché sussidiare i ricchi? Perché non le case popolari?). Perché nessuno si scandalizza se già oggi viene remunerato il capitale investito nelle reti elettriche e di distribuzione del gas? Sono meno essenziali? Certo la normativa in discussione ha dei difetti (il 7 per cento di costo di capitale dovrebbe essere più flessibile, e l’autorità più indipendente), ma tornare a un passato indifendibile per chissà quanto tempo appare suicida. Per concludere: qualcuno ricorda lo slogan berlusconiano “meno tasse e più pensioni”? Chi non sarebbe d’accordo? Lo spirito dell’attuale referendum sembra davvero molto affine a quello slogan.

articolo di Marco Ponti
Professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano

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